"Noi dobbiamo cercare di individuare i terroristi in un momento delicato: le attività di intelligence fino ad ora hanno funzionato in Italia dando risultati che hanno permesso di evitare che accadesse qualcosa, ma siccome che il numero di soggetti e luoghi da controllare aumenta, dobbiamo anche noi incrementare le risorse". Ai microfoni di Fanpage.it
venerdì 15 luglio 2016
martedì 5 luglio 2016
IL SECOLO D'ITALIA - 03/07/16 - L'ISIS, CONTORDINE DEL CALIFFO. IL DIKTAT E': ”UCCIDERE GLI OCCIDENTALI OVUNQUE”
L’ordine è uno solo: uccidere gli occidentali ovunque.
Di più: sarebbe in corso una vera e propria gara tra chi fa più
vittime. Rivela sempre nuovi e sempre più inquietanti risvolti l’odio
etnico e religioso che arma il pugno degli spietati miliziani del
terrore agli ordini del Califfo Al Baghdadi. Un odio
atavico elevato all’ennesima potenza dalla rabbia jihadista seguita ai
colpi messi a segno sul piano militare dall’alleanza internazionale
anti-Isis che, in Siria come in Iraq, ha riguadagnato terreno e riconquistato posizioni strategiche, costringendo i miliziani alla ritirata. L’Isis, intervista al presidente del Copasir“È un bene che in Iraq, in Siria, e ora anche in Libia, si stia
riducendo l’area di influenza dell’Isis, ma il contraccolpo, da quanto
ci dicono i servizi segreti, è evidente” A parlare è il presidente del Copasir, Giacomo Stucchi, che in un’intervista alla Stampa spiega anche come ormai “il Califfo non chiama più i foreign fighters
a combattere da loro, ma li invita a colpire dovunque si trovino. Al
limite, l’indicazione che hanno è di spostarsi in Occidente. E il primo obiettivo restano gli infedeli.
Cioè noi. Stanno tornando alle origini, agli attacchi suicidi”. E
ancora: “L’Isis ha cambiato strategia. Dal conflitto simmetrico, tra
eserciti, in campo aperto, stanno passando a un conflitto asimmetrico.
Pochi uomini che si immolano per ottenere un risultato enorme”, spiega
Stucchi. Il ritorno dell’Isis a una vecchia strategia di guerra E allora, ecco spiegato l’attacco all’aeroporto di Istanbul. La strage di Dacca. I continui agguati esplosivi a Baghdad.
“Piuttosto che perdere dieci miliziani in battaglia, meglio mandare uno
o due aspiranti suicidi a colpire un obiettivo facile, con tanta gente
innocente. E meglio ancora se occidentali. Così è garantita un’eco
mondiale, devastante per l’opinione pubblica”. Una strategia lucida e
agghiacciante che, purtroppo, sta confermando la sua spietata
applicazione sul campo ad ogni efferato attentato terroristico
organizzato su punti lontani dello scacchiere di guerra e di morte preso
in considerazione dai miliziani dell’Isis.”Il passaggio di Daesh
alla seconda fase, se possibile, preoccupa ancor più di prima, perché
s’è visto che potrebbe esserci tanta gente che simpatizza per loro, e
poi perché colpiscono sempre più spesso obiettivi facili, i cosiddetti soft target‘”, prosegue infatti Stucchi. L’Italia nel mirino dell?Isis? Ecco come e perché Guardando all’Italia come possibile target nel mirino dell’Isis, dunque, “se i luoghi a rischio, gli hard target, sono più o meno presidiati, i soft target sono
troppi. Impossibile presidiare ogni ristorante, bar, cinema, piazza di
paese. Così è diventata una lotta impari”. Una guerra sleale combattuta a
colpi di stragi facili da pianificare e impossibili da prevenire, come
dimostrato negli attacchi di Parigi del 13 novembre o dei più recenti agguati in Belgio.
“Ai nostri servizi risulta che è in corso una sorta di gara a chi fa
più danni”, evidenzia Stucchi. “Gli aspiranti suicidi sognano di
sterminare più infedeli che possono, e allo stesso
tempo sperano che il loro nome venga ricordato per l’eternità come
quelli che hanno ucciso più di tutti”. Terribile, quanto realistico.
lunedì 4 luglio 2016
FLY ORBIT - 04/07/16 - ATTENTATO A DACCA, STUCCHI(COPASIR): «TEMIAMO NUOVE AZIONI»
A distanza di giorni dall’attentato a Dacca, capitale del Bangladesh, nel quale hanno perso la vita nove italiani, emergono dettagli sugli attentatori. Sono venti le persone rimaste uccise venerdì sera mentre si trovavano alla Holey Artisan Bakery di Dacca, non lontano dalla ambasciata italiana. Secondo il ministero dell’interno del Bangladesh, i terroristi sono tutti provenienti da famiglie ricche,
con una buona educazione scolastica: solo uno non aveva frequentato le
migliori scuole del paese. Nessuno straniero. Avrebbero abbracciato la
jihad assecondando una moda, sostiene il ministero dell’Interno del
paese asiatico che continua a non ritenere attendibile la rivendicazione
dell’ISIS. Le indagini sono ancora in corso. A Fly Orbit News, il senatore Giacomo Stucchi,
presidente del Coparis, il comitato di controllo sui servizi italiani,
ha dichiarato che il quadro internazionale riguardo il monitoraggio
delle cosiddette schegge impazzite che fanno riferimento all’ISIS e non
solo è «molto complesso e delicato: i numeri rimangono preoccupanti. La
loro decisione di optare per un conflitto asimmetrico rende ancor più
ardua la loro sconfitta e ci fa temere ulteriori azioni, contro obiettivi occidentali, dagli esiti drammatici». Per quanto riguarda l’Italia, dice il
senatore Stucchi, «nella comunità dell’intelligence si ritiene molto
realisticamente che in generale non sia possibile parlare di una
situazione di sicurezza assoluta e che al contrario vi possano essere,
in un contesto di massimo sforzo profuso per garantire la tutta la
sicurezza possibile, possibili situazioni che comportino una certa dose
di razionale preoccupazione».
domenica 3 luglio 2016
NAZIONE Carlino IL GIORNO - 03/07/16 - "SAPEVANO DOVE TROVARE GLI ITALIANI"
GLI
ITALIANI erano un obiettivo dei terroristi di Dacca. Giacomo Stucchi,
presidente del Copasir, non respinge l'ipotesi: «Nei prossimi giorni avremo
incontri che ci permetteranno di approfondire questo aspetto. Non è da escludere
che l'obiettivo fosse proprio colpire appartenenti alla comunità italiana, anche
se non mi sento in questo momento di confermarlo in via definitiva. Quel locale
era frequentato da occidentali c in particolare dagli italiani. Che solitamente
ce ne fossero tanti in quel posto era noto». Lei come spiega il fatto che i nostri
connazionali fossero nel mirino dei jihadisti? "Vogliono colpire un Paese
attaccando i suoi cittadini, indipendentemente che questo avvenga a Dacca, a
Bagdad, a Roma o a Milano. Uccidendo lanciano un segnale. Perché l'Italia?
Perché è meno militarista di altri stati e per questa ragione si tenta di
radicalizzarla con gli attentati? Per loro si tratta di colpire coloro che non
seguono le indicazioni del profeta Maometto. Hanno una visione islamista di contrapposizione bellica per la quale quelli
che non stanno con loro debbono essere eliminati». Italiani e anche altri? "Noi,
i francesi, gli americani e i belgi ai loro occhi siamo infedeli. La vita di un
italiano vale nel momento in cui gli viene tolta. Il messaggio è: non siete
sicuri, vi colpiamo dove e quando vogliamo». C'è un cambiamento di strategia globale?
"Daesh ha perso tantissimo territorio in Siria. Anche in Libia ha
problemi. Questo comporta che vengano privilegiate le reazioni asimmetriche. E
vero, l'attacco di Dacca è stato gravissimo. Purtroppo poche ore fa a Bagdad ce n'è stato un altro che ha lasciato una scia
di sangue impressionante, oltre 120 morti. Sono azioni, sostenute dal Califfo
con messaggi pubblici, che lasciano l'opinione pubblica colpita, sbigottita,
preoccupata. Fra lstanbul e Dacca c'è però una differenza. Quale? «A Istanbul
hanno per così dire osato l'hard target, l'obiettivo duro. Hanno giocato
pesante, sfìdando lo Stato turco in un luogo che era particolarmente protetto c
sorvegliato. In Bangladesh il target, l'obiettivo, era soft. come tanti altriin
giro per il mondo». Prendere possesso di un ristorante non era particolarmente arduo.
«Ma poi c'è stata l'azione incredibile di uccidere, quasi uno per uno, coloro
che non conoscevano il Corano. Hanno alzato ulteriormente l'asticella della
crudeltà». Come possiamo difenderci? In 'Italia abbiamo un sistema che per fortuna,
ma sopratutto per l'impegno dcll'intelligence e delle forze dell'ordine e, a valle della magistratura, finora ha
permesso di tenere sotto controllo la situazione. È logico però che più aumentano
i soggetti pericolosi, più cresce la galassia che gira attorno a quegli individui
e più si moltiplicano i luoghi che debbono essere controllati,più serve avere a
disposizione nuovi strumenti, nuovo personale e nuovi mezzi per poter condurre
in modo pari questa guerra. Più si incrementano i numeri che le dicevo più è
difficile dare risposte. Bisogna essere realisti. "Quindi in concreto? «Bisogna
avere il coraggio di dire che una situazione di sicurezza assoluta non è
possibile garantirla. Si fa tutto il possibile. Non bisogna illudere nessuno affermando che non accadrà assolutamente
nulla, ma neppure cadere nella paura paralizzante dell'attentato incombente.
Però si deve capire che la situazione è cambiata rispetto a qualche anno fa e
che in termini di sicurezza oggi siamo scesi probabilmente di un livello. Anche
le nostre abitudini, pur non dovendole mutare in modo radicale, sono state
condizionate.
LA STAMPA - 03/07/16 - "L'ORDINE DEL CALIFFO E' UCCIDERE GLI OCCIDENTALI OVUNQUE"
Il presidente del
Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, il senatore Giacomo
Stucchi, della Lega, normalmente è un ottimista. Oggi, no. «Dobbiamo essere
realisti. La situazione è sempre più grave». Eppure si dice che l'lsis sul campo arretra. «È verissimo. Ma ha anche cambiato strategia. Dal conflitto simmetrico,
tra eserciti, in campo aperto, stanno passando a un conflitto asimmetrico. Pochi
uomini che si immolano per ottenere un risultato enorme». Era sbagliato combatterli militarmente? «No, è un bene che in Iraq,
in Siria, c ora anche in Libia, si stia riducendo la loro arca di influenza, ma
il contraccolpo, da quanto ci dicono i servizi segreti, è evidente. Il Califfo non
chiama più i foreign fighters a combattere da loro, ma li invita a colpire
dovunque si trovino. Al limite l'indicazione che hanno è
di spostarsi in Occidente. E il primo obiettivo restano gli
infedeli. Cioè noi. Stanno tornando alle origini, agli attacchi suicidi. Sembrerebbe un bene che Isis rinunci all'idea
del Califfato in terra d'islam c che sia costretta alla clandestinità. Sono
in evidente arretramento. Però reagiscono nel modo che per loro è il più
produttivo. Piuttosto che perdere dieci miliziani in battaglia, meglio mandare
uno o due aspiranti suicidi a colpire un obiettivo facile, con tanta gente
innocente. E meglio ancora se occidentali. Così è garantita un'éco mondiale, devastante
per l'opinione pubblica». In effetti è impressionante il bollettino di guerra.
«Guardi, il passaggio di Daesh alla seconda fase, se possibile, preoccupa ancor
più di prima. Perché s'è visto che potrebbe esserci tanta gente
che simpatizza per loro. E poi perché s'è visto che colpiscono sempre più
spesso obiettivi facili, i cosiddetti soft target. L'effetto terroristico è lo stesso.
Il che, per venire all'Italia, ci deve spaventare: se i luoghi a rischio, gli "hard
target", sono più o meno presidiati, i "soft target" sono troppi. Impossibile
presidiare ogni ristorante, bar, cinema, piazza di paese. Così è
diventata una lotta impari». Lei conosce
molti dossier riservati. Le risulta che per questi attentati giungano indicazioni
precise del Califfo? «Ai nostri servizi risulta che è in corso una sorta di
gara a chi fa più danni». Vogliono
entrare nel Guinness degli orrori? «Qualcosa del genere. Gli aspiranti suicidi
sognano di sterminare più infedeli che possono, e allo stesso tempo sperano che
il loro nome venga ricordato per l'eternità come quelli che hanno ucciso più di
tutti. Cercano di segnare un record per
entrare
nella storia. Ma questo non è sport, questa è morte».
lunedì 27 giugno 2016
LOMBARDO VENETO MAGAZINE - 27/06/16 - STUCCHI, PRESIDENTE COPASIR: "IL TERRORISMO NON HA MAI VINTO MA...”
lombardovenetomagazine.it
Se è vero, com’è vero, che il terrorismo è un nemico comune a tutti gli Stati, allora la lotta per il contrasto di questo fenomeno è una battaglia comune. Per combatterla, quindi, un punto fondamentale e imprescindibile è la condivisione delle informazioni di intelligence fra i Paesi occidentali. Una lezione che, dopo gli attentati a Parigi e in Belgio, comincia a essere tenuta sempre più in maggiore considerazione. Dai fatti del Bataclan in poi l’atteggiamento dei Paesi occidentali, in particolare della Francia, è forse cambiato e si è senza dubbio assistito a un incremento dello scambio di informazioni; ma anche al rafforzamento del principio che non condividere tale impostazione depotenzia la lotta contro un nemico possente. All’interno della comunità delle intelligence europee lo scambio di informazioni in materia di contrasto al terrorismo è quindi molto elevato; e lo sarà anche dopo il voto sulla Brexit che non cambierà nulla in tema di lotta al terrorismo poiché gli accordi più importanti (bilaterali o multilaterali) sono tra le intelligence di singoli Stati e questi rimarranno in vita. Certo, non tutti gli ostacoli a una completa condivisione di intelligence a livello internazionale sono stati rimossi. Un problema cruciale, per esempio, sta nel fatto che tali informazioni siano detenute dalle procure dei singoli Paesi; e quindi, essendo protette da segreto istruttorio, è di fatto impossibile condividerle. Per questa ragione bisogna trovare una soluzione per permettere di agire su tutto il territorio occidentale. Oggi la necessità prioritaria è interloquire sul terrorismo con le procure europee, perché se un soggetto è indagato per terrorismo e si sposta in un altro Stato si deve poter indagare su questa persona. Anche questo tipo di indagini, del resto, fa parte di quell’attività di prevenzione che sino ad oggi, in Italia, ha dimostrato di funzionare bene. Molto è dovuto al lavoro svolto a monte dall’Intelligence, ma molto anche dalle forze dell’ordine e dalle procure. La recente operazione del Ros di Bari, per esempio, che ha portato all’arresto di una persona domiciliata presso il Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Bari-Palese, testimonia che bisogna controllare con grande scrupolo chi entra in Italia e capire bene chi abbiamo di fronte. Ma per fare questo occorrono più fondi per l’intelligence e per le forze polizia, serve investire in mezzi e personale perché, come dimostra la cronaca quotidiana sugli sbarchi, aumenta continuamente il numero delle persone da controllare. Noi non siamo immuni dalla minaccia terroristica, non possiamo illudere i cittadini e dire loro che non succederà nulla, ma le nostre forze di polizia e l’intelligence stanno lavorando al meglio, facendo tutto il possibile sul fronte della prevenzione. Il controllo del territorio è capillare e, ad oggi, non ci sono piani di attacchi o progettualità ostili che possano essere indirizzati in maniera specifica contro di noi. Questo non vuol dire che vi sia una situazione di sicurezza assoluta. Bisogna avere il coraggio di evidenziarla e serrare sempre più le maglie della rete di una sicurezza partecipata. Le sfide sono il terrorismo internazionale, la minaccia cyber ma anche gli attacchi alla sicurezza economico-finanziaria. La dimensione sfidante dell’Intelligence è cambiare le cose sul terreno. Guardare in lungo e in largo. Consapevoli del fatto che, pur avendo il terrorismo di oggi mutato pelle, e tenendo presente tra l’altro che storicamente nessuna forma di terrorismo ha mai raggiunto l’obiettivo per cui è nato, il controllo del territorio rimane decisivo nella diuturna lotta per sconfiggere il terrorismo sotto le sue molteplici forme. Del resto le situazioni di disagio sociale vissute nei quartieri ultrapopolari che hanno portato alcuni soggetti verso il terrorismo degli anni Settanta sono le stesse che si vivono oggi nelle banlieu nostrane, dove covano le maggiori ostilità nei confronti della cultura occidentale. Il problema è la perdita degli spazi sociali, il disagio delle periferie. L'Intelligence opera a protezione dei diritti e della libertà, oltre ad essere presidio di democrazia. Un sistema che funziona ma necessita, come tutti gli organismi, di controlli. Il nostro ruolo è delicato: il controllo democratico. Come Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) verifichiamo che tutto ciò che fanno le Agenzie avvenga rispettando le regole cui sono sottoposte, non solo le leggi ordinarie. Il rispetto della privacy, innanzitutto. Purtroppo la storia dei nostri Servizi è stata a volte legata a vicende che si tingevano di ‘grigio’. Ora la percezione dei nostri 007 è cambiata e vengono visti come uomini e donne dello Stato che lavorano per proteggere tutti. E’ davvero ‘una nuova narrazione’ e un indice di fiducia che l’Eurispes certifica a quota 64%. Fino a qualche anno fa sarebbe stato un consenso del tutto impensabile! Senatore Giacomo Stucchi Presidente del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica
Se è vero, com’è vero, che il terrorismo è un nemico comune a tutti gli Stati, allora la lotta per il contrasto di questo fenomeno è una battaglia comune. Per combatterla, quindi, un punto fondamentale e imprescindibile è la condivisione delle informazioni di intelligence fra i Paesi occidentali. Una lezione che, dopo gli attentati a Parigi e in Belgio, comincia a essere tenuta sempre più in maggiore considerazione. Dai fatti del Bataclan in poi l’atteggiamento dei Paesi occidentali, in particolare della Francia, è forse cambiato e si è senza dubbio assistito a un incremento dello scambio di informazioni; ma anche al rafforzamento del principio che non condividere tale impostazione depotenzia la lotta contro un nemico possente. All’interno della comunità delle intelligence europee lo scambio di informazioni in materia di contrasto al terrorismo è quindi molto elevato; e lo sarà anche dopo il voto sulla Brexit che non cambierà nulla in tema di lotta al terrorismo poiché gli accordi più importanti (bilaterali o multilaterali) sono tra le intelligence di singoli Stati e questi rimarranno in vita. Certo, non tutti gli ostacoli a una completa condivisione di intelligence a livello internazionale sono stati rimossi. Un problema cruciale, per esempio, sta nel fatto che tali informazioni siano detenute dalle procure dei singoli Paesi; e quindi, essendo protette da segreto istruttorio, è di fatto impossibile condividerle. Per questa ragione bisogna trovare una soluzione per permettere di agire su tutto il territorio occidentale. Oggi la necessità prioritaria è interloquire sul terrorismo con le procure europee, perché se un soggetto è indagato per terrorismo e si sposta in un altro Stato si deve poter indagare su questa persona. Anche questo tipo di indagini, del resto, fa parte di quell’attività di prevenzione che sino ad oggi, in Italia, ha dimostrato di funzionare bene. Molto è dovuto al lavoro svolto a monte dall’Intelligence, ma molto anche dalle forze dell’ordine e dalle procure. La recente operazione del Ros di Bari, per esempio, che ha portato all’arresto di una persona domiciliata presso il Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Bari-Palese, testimonia che bisogna controllare con grande scrupolo chi entra in Italia e capire bene chi abbiamo di fronte. Ma per fare questo occorrono più fondi per l’intelligence e per le forze polizia, serve investire in mezzi e personale perché, come dimostra la cronaca quotidiana sugli sbarchi, aumenta continuamente il numero delle persone da controllare. Noi non siamo immuni dalla minaccia terroristica, non possiamo illudere i cittadini e dire loro che non succederà nulla, ma le nostre forze di polizia e l’intelligence stanno lavorando al meglio, facendo tutto il possibile sul fronte della prevenzione. Il controllo del territorio è capillare e, ad oggi, non ci sono piani di attacchi o progettualità ostili che possano essere indirizzati in maniera specifica contro di noi. Questo non vuol dire che vi sia una situazione di sicurezza assoluta. Bisogna avere il coraggio di evidenziarla e serrare sempre più le maglie della rete di una sicurezza partecipata. Le sfide sono il terrorismo internazionale, la minaccia cyber ma anche gli attacchi alla sicurezza economico-finanziaria. La dimensione sfidante dell’Intelligence è cambiare le cose sul terreno. Guardare in lungo e in largo. Consapevoli del fatto che, pur avendo il terrorismo di oggi mutato pelle, e tenendo presente tra l’altro che storicamente nessuna forma di terrorismo ha mai raggiunto l’obiettivo per cui è nato, il controllo del territorio rimane decisivo nella diuturna lotta per sconfiggere il terrorismo sotto le sue molteplici forme. Del resto le situazioni di disagio sociale vissute nei quartieri ultrapopolari che hanno portato alcuni soggetti verso il terrorismo degli anni Settanta sono le stesse che si vivono oggi nelle banlieu nostrane, dove covano le maggiori ostilità nei confronti della cultura occidentale. Il problema è la perdita degli spazi sociali, il disagio delle periferie. L'Intelligence opera a protezione dei diritti e della libertà, oltre ad essere presidio di democrazia. Un sistema che funziona ma necessita, come tutti gli organismi, di controlli. Il nostro ruolo è delicato: il controllo democratico. Come Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) verifichiamo che tutto ciò che fanno le Agenzie avvenga rispettando le regole cui sono sottoposte, non solo le leggi ordinarie. Il rispetto della privacy, innanzitutto. Purtroppo la storia dei nostri Servizi è stata a volte legata a vicende che si tingevano di ‘grigio’. Ora la percezione dei nostri 007 è cambiata e vengono visti come uomini e donne dello Stato che lavorano per proteggere tutti. E’ davvero ‘una nuova narrazione’ e un indice di fiducia che l’Eurispes certifica a quota 64%. Fino a qualche anno fa sarebbe stato un consenso del tutto impensabile! Senatore Giacomo Stucchi Presidente del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica
mercoledì 8 giugno 2016
CITTA' DEI MILLE - GIU/LUG 20016 - 007 ITALIANI "SOTTO CONTROLLO" BERGAMASCO
Dal 2013 alla guida del Copasir, il Comitato
parlamentare per la sicurezza della Repubblica, c’è il senatore Giacomo
Stucchi: «Nel nostro Paese c'è un sistema che funziona, grazie al lavoro
dall'Intelligence e delle forze dell'ordine»
A
controllare chi ci controlla (per il nostro bene) è un bergamasco. Dal 2013,
alla guida del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della
Repubblica, c’è infatti il senatore leghista Giacomo Stucchi. Per legge - art. 30 della Legge 124 del 2007 -,
l’Intelligence italiana deve rendere conto della propria attività al Comitato
di palazzo San Macuto. Partiamo dall'inizio: come nasce il Copasir? Nel
2007 è stata superata la Legge 801 del 1977, riguardante i Servizi segreti, ed
è stata approvata la 124, che disciplina il nuovo sistema del Comparto
Intelligence. Sono stati eliminati Sisde e Sismi, e create Aisi (Agenzia
informazioni sicurezza interna) e Aise (Agenzia informazioni e sicurezza
esterna), coordinate dal DIS, il Dipartimento delle informazioni per la
sicurezza. Il DIS svolge la stessa funzione del DNI statunitense, che però di
agenzie ne coordina sedici. Il Copasir è l'evoluzione del vecchio Copaco
(Comitato parlamentare di controllo), previsto dalla legge 801/77, ma con più
poteri. Numero elevato quello delle agenzie USA? Sì,
ma anche i Ranger fanno parte del loro sistema di Intelligence, perché
controllano una riserva strategica come l'acqua, che deve essere tutelata da
possibili inquinamenti ad opera di terroristi. Aisi e Aise cosa gestiscono? Le
due agenzie operano su obiettivi prioritari e strategici, indicati dal Governo.
Il Presidente del Consiglio (art. 3 della legge 124) può delegare le funzioni
che non sono ad esso attribuite in via esclusiva a un ministro senza
portafoglio o a un sottosegretario - denominati Autorit à Delegata. In questa
legislatura, tale compito delicato è affidato al senatore Marco Minniti. E'
l'Autorità delegata a trasmette al Comitato tutte le informazioni legate alle
attività del Comparto Intelligence, anche mediante specifiche relazioni, a
cadenza periodica. Inoltre informa il Copasir dei risultati raggiunti e - in
alcuni casi anche ad operazione in corso - spiega le attivazioni delle Agenzie
per fronteggiare le minacce asimmetriche che si pongono sullo scacchiere
internazionale come sul versante interno. Veniamo al ruolo del Copasir Ha
dieci componenti, cinque deputati e cinque senatori. Cinque devono essere di
maggioranza, cinque di opposizione. Per legge il comitato deve essere guidato
da un presidente di opposizione. Si tratta del ruolo più delicato, all'interno
del Parlamento, riservato all'opposizione. In situazioni particolari, al
presidente viene fornito un quadro completo di quanto accade, con informazioni
in tempo reale. Poi chi guida il Copasir informa i membri del Comitato. Un ruolo di peso Una
bella responsabilità. Il Copasir è l'unico organismo autorizzato a lavorare in
concomitanza con le sedute di Camera e Senato, anche se sono previste
votazioni. I temi che trattiamo sono così delicati che sarebbe impossibile fare
diversamente. Quali autorità incontrate? Nelle
audizioni, i massimi vertici della Polizia, dei Carabinieri, della Guardia di
Finanza, dell'Esercito, Procuratori generali, oltre che i direttori delle
Agenzie (AISE e AISI), il Direttore Generale del DIS, ministri facenti parte
del CISR e ad altri soggetti in possesso di informazioni utili per il nostro
lavoro. Affrontiamo tematiche legate alla sicurezza del Paese. Abbiamo una
necessaria 'regola d'ingaggio': non possiamo dire nulla di quanto di specifico
apprendiamo ed elaboriamo nel corso dei lavori del Copasir. Una buona parte
dell'attività della nostra Intelligence può essere resa pubblica, e viene resa
nota con una Relazione annuale sulla politica dell'informazione per la sicurezza,
pubblicata su www.sicurezzanazionale.gov.it, il sito del Comparto Intelligence. La Relazione è
anche uno strumento strategico per decodificare scenari fluidi e costruire
anticipazioni. Nella Relazione di quest'anno peraltro si sottolinea il
confronto e la collaborazione con il Copasir, spiegando che "Il
Comparto è coprotagonista nella feconda e armonica collaborazione con il
Copasir, di una straordinaria e sempre aperta pagina di democrazia parlamentare...".
Una
parte delle informazioni che raccogliamo, invece, rimane classificata per
ragioni di riservatezza e sicurezza nazionale. Si rendono noti i risultati del
lavoro, tenendo presente che spesso i successi dell'Intelligence sono quelli
che non possiamo raccontare e che 'non sono mai accaduti'. Il sistema è complesso? E'
una Intelligence che opera a protezione dei diritti e della libertà, oltre che
presidio di democrazia. Un Sistema che funziona ma necessita, come tutti gli
organismi, di controlli. Il nostro ruolo è delicato: il controllo democratico.
Verifichiamo che tutto ciò che fanno le Agenzie avvenga rispettando le regole
cui sono sottoposte, non solo le leggi ordinarie. Il rispetto della privacy,
innanzitutto. Purtroppo la storia dei Servizi, in Italia, è stata a volte
legata a vicende che si tingevano di grigio, ora la percezione è cambiata e dei
nostri 007 - uomini e donne dello Stato che lavorano per proteggere tutti - c'è
una nuova narrazione. E un indice di fiducia che l'Eurispes certifica a quota
64%. Fino a una manciata di anni fa - quando ancora c'era il 'mito'
dell'impermeabile e degli occhiali scuri - sarebbe stato impossibile pensarci. Con che frequenza si riunisce il Comitato? Abbiamo
fatto più di 200 riunioni in due anni e 10 mesi. Durano in media un paio d'ore.
Il precedente Comitato, presieduto prima da Francesco Rutelli e poi da Massimo
D'Alema, in cinque anni ha svolto 150 riunioni. Non è che loro non lavorassero,
semplicemente è cambiato il mondo. In che senso? Fino
al 2013 sul fronte estero, Daesh quasi non esisteva, c'erano solo i problemi
dei Paesi della primavera araba e poco altro. Non c'era il Datagate, esploso
nel giugno 2013, pochi giorni prima che ci insediassimo: è stato un altro duro
banco di prova, perché la tutela dei dati personali delle comunicazioni è un
nostro tema. Siamo stati a Washington, all'NSA, a Bruxelles, a Tallin, per
riunioni internazionali volte a fronteggiare unitariamente l'emergenza. Ci sono
differenze di vedute tra noi e gli Usa. Infatti in Italia il dato, cioè il
contenuto di una conversazione, e il metadato, cioè quando-dove-numero del
ricevente e del chiamante, sono tutelati allo stesso modo. Negli Stati Uniti i
metadati non sono tutelati. Oggi gran parte delle conversazioni passa da
Whatsapp, Facebook, Skype: i server sono americani, quindi applicano la loro
giurisdizione. Sono dati che servono a fronteggiare il terrorismo L'obiettivo
è questo. E la messa a terra del discorso è semplice: se voglio controllare
l'inquinamento di un fiume verificando se vi siano o meno bottiglie di plastica
nelle sue acque, lo devo fare senza disturbare i pesci. Dobbiamo darci delle
regole ma senza depotenziare la lotta al terrorismo. Per fare questo abbiamo
interlocuzioni continue con i soggetti che si occupano di queste materie,
comprese le società che in Italia operano nel campo delle telecomunicazioni.
Devono garantire di essere pronte a fronteggiare attacchi esterni: la rete
delle telecomunicazioni è un'infrastruttura critica e un suo mal funzionamento
potrebbe mandare in crisi il sistema Paese. Sono pericoli tangibili Per
questo vengono seguiti, con l'impiego di tante persone. Altre attività del Comitato? Teniamo
anche incontri internazionali, in cui ci confrontiamo con i Comitati omologhi
al nostro, soprattutto europei. Il confronto parlamentare è infatti quello che
consente, al di là della diplomazia ufficiale dei governi, di capire se il
proprio strumento di controllo funziona o meno. Oppure se altri Paesi hanno
strumenti più efficaci. Che poteri avete? Non
pochi. Esprimiamo pareri sui bilanci del Comparto Intelligence che, pur non
essendo vincolanti, vengono quasi sempre totalmente recepiti. In alcuni Paesi i
comitati ad esempio possono obbligare il governo a spostare risorse da un obiettivo
all'altro. Da noi non c'è questo strumento ma opera una sorta di moral suasion,
per cui se decidiamo che c'è qualcosa di fondamentale da aggiungere o da
cambiare sui documenti a noi sottoposti - non solo i bilanci - il governo ne
prende atto. Il Comitato dà anche tutta una serie di pareri che riguardano
l'interna corporis delle Agenzie. Ogni settimana analizziamo una quantità
rilevante di documenti. Il Presidente li riceve tutti e li mette a disposizione
dei componenti. C'è sempre collaborazione tra maggioranza e opposizione? Ad
oggi abbiamo approvato ogni atto all’unanimità. Hanno avuto disco verde tanti
testi, diversi, e su questioni molto dedicate. Un altro dei vantaggi del
Comitato è che, essendo le sedute segrete, non vi è spazio per la polemica
politica. I nostri verbali pubblici riportano solo orari di inizio e fine
riunione. E i contenuti sono secretati. Non è mai successo che trapelasse qualcosa? A
volte capita, ma solo per i titoli, non per i contenuti. In alcuni casi però,
soprattutto per faccende molto delicate - come recentemente per i due italiani
morti in Libia, per il caso Regeni o per operazioni in corso - si decide che
qualcosa debba essere riferito in maniera corretta ai media, raccontando il
frame di un evento o alcuni tag fondamentali, anche per evitare fantasiose
ricostruzioni che non servirebbero a nessuno. E spesso questo compito è
delegato al Presidente. Dopo i fatti del Bataclan, ad esempio, la scorso
13 novembre, il giorno successivo ci siamo riuniti d'urgenza. All'uscita dalla
riunione nei corridoio c'erano decine di giornalisti ad aspettarci: in quei
casi devi trovare il modo di rispondere, fino al massimo consentito. Non si può
lavorare di fogging. La prevenzione lì ha fallito. E da noi? Nel
nostro Paese c'è un Sistema che funziona bene. Molto è dovuto al lavoro svolto
a monte dall'Intelligence, ma molto anche dalle forze dell'ordine e dalle
procure. Il controllo del territorio è capillare e, ad oggi, non ci sono piani
di attacchi o progettualità ostili che possano essere indirizzati in maniera
specifica contro il nostro Paese. . Questo non vuol dire che vi sia una
situazione di sicurezza assoluta. Bisogna avere il coraggio di evidenziarla e
serrare sempre più le maglie della rete di una sicurezza partecipata. Le sfide sono
il terrorismo internazionale, la minaccia cyber ma anche gl attacchi alla
sicurezza economico-finanziaria. La dimensione sfidante dell'Intelligence è
cambiare le cose sul terreno. Guardare lungo, e in largo. Questo terrorismo, però, è profondamente diverso Ha
mutato pelle, ma il controllo del territorio resta decisivo. Del resto le
situazioni di disagio sociale vissute nei quartieri ultrapopolari che hanno
portato alcuni soggetti verso il terrorismo degli anni Settanta sono le stesse
che si vivono oggi nelle banlieu nostrane, dove covano le maggiori ostilità nei
confronti della cultura occidentale. Il problema è la perdita degli spazi
sociali, il disagio delle periferie. Per Bergamo, ad esempio, la realtà di
Zingonia risulta anche per questo problematica. A livello cittadino, ci potrebbero essere individui
pericolosi tra gli ultrà? Se
determinate tifoserie possano avere collegamenti con gruppi estremisti
politici, occorre capire quali e in che modo. A Bergamo questo problema non
c'è: parlo di situazioni che riguardano l’Intelligence, naturalmente, non a
fattori di ordine pubblico. Tornando al terrorismo, sapete chi sono i soggetti da
tenere d’occhio Si
sa chi sono i soggetti problematici ma finché non ci sono reati non si può
procedere. L'Intelligence agisce a monte, analizzando situazioni sospette, con
i metodi ammessi dalla legge. A valle, c'è il lavoro di procure e forze
dell'ordine. Che effetto fa essere a capo di un organismo di
controllo parlamentare sull'Intelligence?
Ho
possibilità di conoscere molto di quello che accade e posso accedere a tante
informazioni, attuali o legate alla storia repubblicana. Ma ho anche la
consapevolezza di un compito istituzionale che mi porta sempre a cercare il
meglio per il nostro Paese e i suoi interessi. Potreste anche essere ricattabili. E in qualche modo? E'
un rischio reale. Infatti dico sempre: "meno cose so, meglio è". Come
diceva Condor nel celebre romanzo. Ma purtroppo non posso non sapere... Mi
consolo con un detto di Sun Tzu: 'Investi su spie destinate a vivere'. Ma con
un sorriso. È un lavoro a tempo pieno, quello del presidente del
Copasir? Da
mattina a sera, e spesso anche nel fine settimana. Ma è bello stare nel campo,
'operativo' anch'io. Comunque una vita molto interessante, considerando tematiche,
viaggi e incontri. Quanto dura il mandato?
Fino
alla fine della legislatura, e di solito l'incarico non viene rinnovato. Si
vengono a conoscere già troppe cose in 5 anni. E il vincolo di riservatezza
vale non solo durante l'incarico, ma per tutta la vita. Ci porta dietro il
tunnel di dati che si è attraversato, ma soprattutto l'esperienza di aver
lavorato davvero al servizio dello Stato. Una donna potrebbe ricoprire questo ruolo, visto che
veniamo considerate delle chiacchierone? Perché
no? All'interno del comitato c'è Rosa Villecco Calipari, deputata Pd e collega
capace e competente. Chi nomina il Comitato? I
presidenti dei gruppi parlamentari danno i nominativi ai Presidenti di Camera e
Senato. Sono nomine spesso molto ambite,
nel mio caso però mi è stata chiesta la disponibilità da Maroni, visto
che già nel '99 ero stato componente del Copaco, ma ho accettato solo dopo
essermi consultato con Silvia (Lanzani, compagna di partito e nella vita, ndr
), perché un ruolo del genere incide anche sulla vita privata. Siete a disposizione 24 ore su 24? Sì.
Ricordo ad esempio che dopo pochi giorni dalla nomina sono stato chiamato un
sabato mattina, molto presto, perché dovevano comunicarmi un'informazione
riservata. Lo fecero per telefono, utilizzando le procedure del caso. A
proposito di tutela delle comunicazioni, le racconto un aneddoto. Quando sono
stato nominato, ho detto scherzando a un amico dei 'Servizi segreti':
"Adesso però basta controllarmi il telefono". Lui si è messo a ridere
e mi ha risposto: "Noi non lo faremo, ma ci sarà almeno una dozzina di
Servizi di Paesi stranieri che da oggi in poi lo faranno". Qualche novità che vuole segnalare, riguardo
all’Intelligence? I
roadshow fatti dai Servizi nelle università italiane. Sono stati finora 24, da
Nord a Sud del Paese. Ci hanno messo la faccia, raccontando chi sono e cosa
fanno. Una volta l'arruolamento avveniva soltanto con i transiti dalla Pubblica
Amministrazione, quasi sempre comparto Difesa e Sicurezza. Oggi, oltre al bacino
'tradizionale, all'Intelligence servono esperti di informatica, matematica,
lingue rare. Quindi è importante il contributo che possono dare questi nuove
energie e menti, di cui gli atenei sono ricchi. È la prima volta che
l'Intelligence lo fa e sono stati finora 'arruolati' 30 giovani, i migliori
dalle università italiane. Un esperimento che ha portato 'sangue fresco' alle
Agenzie ma soprattutto ha contribuito ad allungare il campo di competenze e
passione. Nodi attivi di una rete nuova. Dopo la formazione alla Scuola del
Comparto -il campus dell'Intelligence nazionale - entreranno in attività,
portando il loro contributo. Cosa pensa la gente della nostra Intelligence? C'è molta stima. Uscendo da ragionamenti abbastanza accomodati, è
cambiato l'algoritmo: si è passati dalla cultura della segretezza alla cultura
della sicurezza. I Servizi lavorano per difendere la gente; sono composti da
uomini e donne che, per proteggere gli interesse del Paese o aiutare cittadini
in difficoltà, a volte mettono a repentaglio la propria stessa vita. Quando
leggo di connazionali sprovveduti, che si recano in zone pericolose, penso a
questo. Da un anno però se una persona compie un viaggio in un Paese a rischio
finendo nei guai, e i familiari chiedono l'aiuto dello Stato al termine della
vicenda, giustamente, lo Stato richiede il rimborso delle spese sostenute per
risolvere la vicenda. Responsabilità è una parola-valigia che non
dovremmo mai dimenticare.
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