domenica 23 agosto 2015
AFFARI ITALIANI.IT - 23/08/15 - FUNERALI CASAMONICA, STUCCHI (COPASIR). SPAVALDERIA DA CHICAGO ANNI 20
domenica 9 agosto 2015
AFFARI ITALIANI.IT - 09/08/15 - MIGRANTI/ STUCCHI (COPASIR): FERMARE GLI SBARCHI, PERICOLO TERRORISTI
Il presidente del Copasir, Giacomo Stucchi, ad Affaritaliani.it:
il vero pericolo con i barconi "sono i cosiddetti 'lone wolf', ovvero i
lupi solitari, che potrebbero attivarsi all'improvviso". Quanto al
Giubileo...
"Bisogna assolutamente fermare tutti questi sbarchi, impedendo le partenze dalla Libia". Lo afferma ad Affaritaliani.itil presidente del Copasir, Giacomo Stucchi. "E' da febbraio che si dice che bisogna bloccare la partenza di questi soggetti, ma sono passati sei mesi e non è stato fatto. Intanto, però, sono arrivate 100mila persone in più. Il senatore Stucchi, quanto all'ipotesi che tra i migranti in arrivo possano esserci anche potenziali terroristi, afferma: "Tutto è possibile. E' evidente che è meno probabile che arrivino con i barconi terroristi strutturati, ovvero persone su cui sono stati investiti tanti soldi per l'addestramento e che hanno impiegato tanto tempo per essere in possesso delle conoscenze necessarie per colpire. E' logico che sia più difficile ma non è affatto impossibile". Il vero pericolo con i barconi "sono i cosiddetti 'lone wolf', ovvero i lupi solitari", spiega il presidente Stucchi. "Potrebbero arrivare con i barconi o attraverso la rotta balcanica o con altri mezzi e strade. Non è possibile impedirlo e potrebbero attivarsi all'improvviso". Infine, in vista del Giubileo a Roma, il presidente del Copasir spiega: "E' una delle manifestazioni più delicate e quindi la si segue costantemente durante la sua preparazione, come per l'Expo o per altri eventi. Non ci sono al momento allarmi particolari ma l'attenzione è elevata su diversi fronti".
"Bisogna assolutamente fermare tutti questi sbarchi, impedendo le partenze dalla Libia". Lo afferma ad Affaritaliani.itil presidente del Copasir, Giacomo Stucchi. "E' da febbraio che si dice che bisogna bloccare la partenza di questi soggetti, ma sono passati sei mesi e non è stato fatto. Intanto, però, sono arrivate 100mila persone in più. Il senatore Stucchi, quanto all'ipotesi che tra i migranti in arrivo possano esserci anche potenziali terroristi, afferma: "Tutto è possibile. E' evidente che è meno probabile che arrivino con i barconi terroristi strutturati, ovvero persone su cui sono stati investiti tanti soldi per l'addestramento e che hanno impiegato tanto tempo per essere in possesso delle conoscenze necessarie per colpire. E' logico che sia più difficile ma non è affatto impossibile". Il vero pericolo con i barconi "sono i cosiddetti 'lone wolf', ovvero i lupi solitari", spiega il presidente Stucchi. "Potrebbero arrivare con i barconi o attraverso la rotta balcanica o con altri mezzi e strade. Non è possibile impedirlo e potrebbero attivarsi all'improvviso". Infine, in vista del Giubileo a Roma, il presidente del Copasir spiega: "E' una delle manifestazioni più delicate e quindi la si segue costantemente durante la sua preparazione, come per l'Expo o per altri eventi. Non ci sono al momento allarmi particolari ma l'attenzione è elevata su diversi fronti".
giovedì 6 agosto 2015
IL GIORNALE - 06/08/15 - "ANCHE L'ITALIA E' NEL MIRINI DELL'ISIS"
Il Senatore Giacomo Stucchi è il presidente del COPASIR, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. Da mesi si dichiara a favore di un intervento militare in Libia e avverte l’Italia del rischio dei “lupi solitari” ispirati dall’Isis. Sen. Stucchi, i terroristi dello Stato Islamico ogni giorno minacciano l’Occidente e l’Italia ovviamente rientra tra gli obiettivi di conquista dichiarati dal Califfato. In un e-book pubblicato di recente dall’Isis, i musulmani vengono invitati a unirsi in “gang, al fine ultimo della conquista di Roma”. Quanto è esposta l’Italia ai pericoli del terrorismo islamico? L’Italia è esposta al pari delle altre comunità occidentali. Altri hanno già avuto problemi, anche se in realtà anche noi indirettamente al Bardo abbiamo subito le conseguenze del terrorismo. La verità è che siamo tutti nel mirino. Noi ovviamente siamo particolarmente attrattivi, ciò è dovuto alla presenza nel nostro paese di importanti punti di riferimento della religione cristiana. Ma questo non basta. L’obiettivo delle organizzazioni terroristiche è creare terrore appunto, dunque i target potrebbero essere religiosi, ma anche laici, come una metropolitana per esempio. Ma noi perché ancora non abbiamo subito direttamente un attacco? E’ così per adesso. Chi dice che non accadrà sicuramente nulla, illude i cittadini. Non è possibile avere un controllo così stringente del territorio da poter escludere qualunque rischio. Siamo nel mirino quanto gli altri. E’ una fortuna se ancora non è accaduto. Detto questo gli altri sono più esposti dall’interno, avendo sul territorio più cittadini di seconda generazione, ma cresciuti in famiglie provenienti da paesi esteri. Faccio spesso l’esempio della teoria della “Torre Eiffel”: in Francia gli immigrati arrivano credendo di essere in credito nei confronti dell’Europa, si aspettano di andare a vivere sugli Champs Elysees, ma poi finiscono nelle banlieue e lì si accorgono di vivere peggio di prima. Questo provoca frustrazione e porta a vedere con un occhio ostile il paese che li ospita. Poi c’è chi invece vive in Europa da sempre, o addirittura chi vi è nato, ma rifiuta di seguire il percorso dei genitori, rifiutando in buona sostanza di integrarsi. Senatore quanto è reale la possibilità che sui barconi in partenza dalla Libia si possano nascondere dei terroristi? Se parliamo di terroristi strutturati, è difficile che il barcone venga utilizzato come strumento per raggiungere l’Europa. Il discorso è diverso se parliamo invece di terroristi con una preparazione limitata, sui cui le organizzazioni terroristiche hanno investito poco. Al momento quella dei barconi non è una vera e propria minaccia. Lei più volte ha parlato del pericolo dei “lupi solitari”. Ci può spiegare meglio chi sono e come vengono monitorati? Se noi pensiamo ad al-Qaeda abbiamo davanti una struttura grande, quindi più facile da penetrare. Se invece riflettiamo su Charlie Hebdo, ci accorgiamo di essere davanti a dei “lupi solitari”, quindi persone difficilmente rintracciabili: non usano cellulari, email e messaggi. Vivono apparentemente integrati, vanno al bare frequentano luoghi non riconducibili all’estremismo islamico. Spesso si attivano senza dare segnali che possano suonare come un avviso. Quello dei lupi solitari è un pericolo reale. Qual è la soluzione all’instabilità che regna in Libia? L’arma della diplomazia non è più sufficiente. Stiamo perdendo tempo cercando fare andare d’accordo Tripoli con Tobrouk, ma sappiamo benissimo che questo accordo non arriverà a breve. Dobbiamo imporre la pace, ovviamente il tutto sotto l’egida delle Nazioni Unite. Sen. conosciamo il numero certo degli italiani andati in Siria e in Iraq a combattere nelle file dell’Isis? Certamente. Il numero viene aggiornato settimanalmente. Per quanto riguarda i cittadini italiani, dunque persone con il passaporto italiano, il numero dei foreign fighters è molto al di sotto delle cento unità. Dei quattro italiani rapiti proprio in Libia, non sappiamo ancora molto. Per adesso solo scambi di accuse tra Tripoli e Tobrouk. Qual è la direzione intrapresa dai servizi per ottenere il rilascio dei nostri connazionali? Siamo al lavoro. Le informazioni sul posto sono state acquisite da professionisti che già altre volte hanno operato. Stiamo parlando di persone rischiano direttamente, ma che in circostanze simili hanno fatto un ottimo lavoro. Al momento non posso dirle di più. La Libia non è un paese tranquillo, ma sappiamo operare sul campo con maggiore facilità rispetto che in altre nazioni. Non siamo in Siria per intenderci. Alba Libica aveva annunciato la liberazioni dei 4 italiani in un massimo di dieci giorni. Come dobbiamo leggere questi annunci? Non dobbiamo prendere per buono ogni tweet lanciato da soggetti che dicono di conoscere i fatti. Parlano sapendo di avere un’eco internazionale ed è questo il loro obiettivo. Il mondo dei servizi seziona ogni informazione ricevuta, fa un controllo approfondito prima di dichiarare la credibilità di questi annunci. Tripoli ha bisogno di una sponda internazionale per potersi affermare e questa volta ci ha provato con l’Italia. E’ partendo da questa analisi che dobbiamo leggere questi avvisi. Gentiloni nei giorni scorsi ha parlato di un sequestro a scopo di estorsione. Come dovrebbe comportarsi l’Italia davanti ad una richiesta di denaro per ottenere la liberazione dei prigionieri? La vita umana viene prima di tutto e quindi l’obiettivo centrale è riportare a casa i nostri concittadini. Dobbiamo però distinguere i sequestri eseguiti da criminali “ordinari”, i quali molto spesso chiedono semplicemente denaro, da quelli perpetrati da vere e proprie organizzazioni terroristiche. Per quanto riguarda quest’ultimo caso, capita che le detenzioni siano più lunghe e alla fine portino ad una “contropartita”. Se si ritiene che questo scambio sia equo allora ci si può muovere. I sequestri non si risolvono quasi mai solo con il pagamento in denaro.
lunedì 13 luglio 2015
IL TEMPO - 11/07/15 - "GLI HACKER NON HANNO I DATI DEI NOSTRI 007"
Parla Giacomo Stucchi, presidente Copasir: "Trafugato solo il software non le informazioni"
«Secondo le informazioni in mio possesso da noi la situazione è sotto controllo. Per quanto riguarda i dati riservati dell'intelligence italiana infatti non credo si possa ripresentare lo scenario di una nuova WikiLeaks. Quello che accadrà in altri Paesi che usavano il software non possiamo saperlo». All'indomani dell'hackeraggio subito da Hacking Team che produce software spia utilizzati da 007 e forze dell'ordine di molti Paesi, tra cui anche l'Italia, il presidente del Copasir, Giacomo Stucchi, torna sul rischio che informazioni riservate su intercettazioni e monitoraggi fatti dai nostri servizi segreti, possano finire in mani sbagliate. È possibile che in mano degli hacker, e non solo, siano finiti dati sensibili sul lavoro dei servizi segreti? «Mi hanno rassicurato sul fatto che gli hacker non possano arrivare al materiale su cui ha lavorato l'Aise. Il risultato dell'utilizzo del software è rimasto solo all’interno di Forte Braschi. L'azienda fornitrice del software che generava trojan si limitava ad installarlo sul computer dei clienti ma non poteva sapere su quali obiettivi veniva usato. È importante capire che Hacking team faceva solo i software per entrare nei computer. Questi trojan venivano installati automaticamente con l'apertura di email spedite ai soggetti "target" o in altri modi simili. Ciò consentiva da remoto di avere lo specchio di ciò che veniva fatto dal pc e controllarlo per vedere quello che stava accadendo magari intorno al soggetto. Questo, però, non lo faceva Hacking Team, quindi i dati esfiltrati, per quanto riguarda il comparto intelligence, non contengono quello che è stato fatto dall'Agenzia interessata, ma sono dati amministrativi, contatti, fatture. A quanto mi risulta, infatti, non c’è pericolo che i dati Aise siano finiti nelle mail dell'azienda che, ripeto, vende il programma a clienti che poi lo usano in totale autonomia». Il problema dell'utilizzo del software spia, però, è che una volta installato non è possibile rimuoverlo. «In effetti pare che sia così, che rimanga nei dispositivi, ma sembra che gli antivirus aggiornati in queste ore lo rileveranno e lo neutralizzeranno. Forse il problema più delicato è che il codice sorgente ora è pubblico e quindi si trovano programmi freeware creati utilizzandolo. Questo significa che chiunque potrebbe scaricarli liberamente, magari per fare controlli illegali. Mi dicono però che gli aggiornamenti di firewell e antivirus che verranno rilasciati nelle prossime ore permetteranno di individuarli e "spegnerli"». E le autorizzazioni per utilizzarlo? «Le forze dell'ordine sono sempre autorizzate dalla Procura competente. Per i servizi segreti, invece, occorre una autorizzazione preventiva del Procuratore Generale della Corte d'Appello di Roma che ha una durata definita. Poi il materiale raccolto, dopo aver ottenuto gli elementi informativi ricercati, deve essere distrutto. Non può infatti essere utilizzato in giudizio». Francesca Musacchio
«Secondo le informazioni in mio possesso da noi la situazione è sotto controllo. Per quanto riguarda i dati riservati dell'intelligence italiana infatti non credo si possa ripresentare lo scenario di una nuova WikiLeaks. Quello che accadrà in altri Paesi che usavano il software non possiamo saperlo». All'indomani dell'hackeraggio subito da Hacking Team che produce software spia utilizzati da 007 e forze dell'ordine di molti Paesi, tra cui anche l'Italia, il presidente del Copasir, Giacomo Stucchi, torna sul rischio che informazioni riservate su intercettazioni e monitoraggi fatti dai nostri servizi segreti, possano finire in mani sbagliate. È possibile che in mano degli hacker, e non solo, siano finiti dati sensibili sul lavoro dei servizi segreti? «Mi hanno rassicurato sul fatto che gli hacker non possano arrivare al materiale su cui ha lavorato l'Aise. Il risultato dell'utilizzo del software è rimasto solo all’interno di Forte Braschi. L'azienda fornitrice del software che generava trojan si limitava ad installarlo sul computer dei clienti ma non poteva sapere su quali obiettivi veniva usato. È importante capire che Hacking team faceva solo i software per entrare nei computer. Questi trojan venivano installati automaticamente con l'apertura di email spedite ai soggetti "target" o in altri modi simili. Ciò consentiva da remoto di avere lo specchio di ciò che veniva fatto dal pc e controllarlo per vedere quello che stava accadendo magari intorno al soggetto. Questo, però, non lo faceva Hacking Team, quindi i dati esfiltrati, per quanto riguarda il comparto intelligence, non contengono quello che è stato fatto dall'Agenzia interessata, ma sono dati amministrativi, contatti, fatture. A quanto mi risulta, infatti, non c’è pericolo che i dati Aise siano finiti nelle mail dell'azienda che, ripeto, vende il programma a clienti che poi lo usano in totale autonomia». Il problema dell'utilizzo del software spia, però, è che una volta installato non è possibile rimuoverlo. «In effetti pare che sia così, che rimanga nei dispositivi, ma sembra che gli antivirus aggiornati in queste ore lo rileveranno e lo neutralizzeranno. Forse il problema più delicato è che il codice sorgente ora è pubblico e quindi si trovano programmi freeware creati utilizzandolo. Questo significa che chiunque potrebbe scaricarli liberamente, magari per fare controlli illegali. Mi dicono però che gli aggiornamenti di firewell e antivirus che verranno rilasciati nelle prossime ore permetteranno di individuarli e "spegnerli"». E le autorizzazioni per utilizzarlo? «Le forze dell'ordine sono sempre autorizzate dalla Procura competente. Per i servizi segreti, invece, occorre una autorizzazione preventiva del Procuratore Generale della Corte d'Appello di Roma che ha una durata definita. Poi il materiale raccolto, dopo aver ottenuto gli elementi informativi ricercati, deve essere distrutto. Non può infatti essere utilizzato in giudizio». Francesca Musacchio
LA STAMPA - 13/07/15 - "SERVONO CONTROLLI PIU' SEVERI SU CHI LAVORA PER I SERVIZI"
Stucchi (Copasir): "Il caso Hacking team deve
farci riflettere"
Senatore Giacomo Stucchi, quanto sono preoccupati i
nostri servizi segreti per l’attacco informatico alla società HackingTeam? «Guardi, senza oscillare tra letture troppo allarmiste
o eccessivamente riduttive, il problema è che quel software che utilizzavano i
nostri servizi, ma anche le forze di polizia, e da quel che vedo anche molti
clienti nel mondo, tra qualche giorno sarà disattivato dagli antivirus. Da quel
momento, il software-spia cesserà di funzionare e addio indagini. C’è poi il
secondo pericolo che sulla base del codice sorgente possano trovarsi presto in
Rete dei programmi d’intercettazione a disposizione di tutti. Temo un facile,
nonché illegale, spionaggio fai-da-te». to disattivato». Da quanto le hanno
detto, si possono temere danni anche alle indagini fin qui svolte? Gli hacker
che hanno violato la società d’informatica di Milano potrebbero avere l’elenco
dei soggetti intercettati o addirittura pezzi di intercettazione? «Da
quanto è stato riferito al Copasir, questo pericolo non esiste. A meno che
qualcuno tra i clienti della Hacking Team non sia stato tanto pazzo da mettere
per iscritto in una mail i suoi bersagli». Scusi, ma nel software c’era una
backdoor, ossia un ingresso, o no? Teoricamente da Milano avrebbero potuto
supervisionare su ogni intercettazione in atto nel mondo. «La backdoor in
effetti esisteva, ma solo in entrata, per permettere gli aggiornamenti del
software, non in uscita. Ci è stato spiegato che i dati sensibili erano diretti
esclusivamente ai clienti della Hacking Team. I quali, in Italia, erano
esclusivamente forze di polizia e l’Aise e hanno operato le intercettazioni su
autorizzazione della magistratura». Se davvero la storia finirà qui,
limitata a un danno d’immagine per molti «clienti» che avrebbero voluto restare
nell’ombra, qual è l’insegnamento di questa vicenda? «Che occorrono
controlli più puntuali sulle imprese private che collaborano con l’intelligence
e con le polizie per le intercettazioni. Non si può dare nulla per scontato. La
materia che maneggiano è davvero troppo delicata». Francesco Grignetti
IL MESSAGGERO - 13/07/15 - IL PRESIDENTE DEL COPASIR: "MA ROMA E' IN PRIMA LINEA
ROMA Il presidente del
Copasir Giacomo Stucchi preferisce non avvalorare nessuna delle ipotesi sull’attentato
di due giorni fa al Cairo. Anche perché più tempo passa, più si sommano gli
elementi che portano ad una pista ”interna”. L’Italia però, spiega, potrebbe
essere stato l’obiettivo ”secondario” dell’azione. Presidente Stucchi, l’ipotesi che dietro l’attentato ci sia l’Isis sembra
perdere ulteriormente peso col passare delle ore. Cosa ne pensa? «La nostra
intelligence sta verificando tutte le ipotesi. Certo è che l’Isis di solito fa
attentati e li rivendica nei minuti successivi se non direttamente, nel corso
dell’azione. In questo caso la rivendicazione tardiva di 10 o 12 ore è alquanto
anomala. La stessa natura, distruttiva ma dimostrativa, con un’esplosione
potenzialmente molto pericolosa avvenuta in orario di chiusura e in un giorno
in cui l’ufficio sarebbe rimasto comunque deserto è un elemento da tenere in
considerazione». L’obiettivo era il
consolato italiano? «Se così fosse sarebbe preoccupante. E’ possibile che
ci fosse un obiettivo interno diciamo primario e che gli attentatori abbiano scelto
di agire proprio accanto alla sede del nostro consolato per dare un segnale
anche a noi. E’ una tesi che non può essere esclusa ». L’Italia si è schierata contro le organizzazioni terroristiche e combattenti
di integralisti. Si può dire che siamo in prima linea? «Nella comunità
occidentale siamo stati tra i primi ad esprimerci con nettezza contro il
califfato. Se dovesse concretizzarsi l’azione di blocco delle partenze dalle sponde
libiche, anche grazie al recente decreto, potremmo essere ancora più esposti
nel conflitto contro gli integralisti islamici». Perché sarebbe ridotto un canale di finanziamento? «Sì, ma anche
perché l’immigrazione clandestina è un arma di pressione psicologica non
indifferente. Basti pensare al fatto che il lavoro di screening su chi arriva funziona
bene solo se i numeri sono limitati. controlli non possono dare le stesse garanzie
se i numeri crescono». In questi giorni
il Copasir si è occupato anche dell’attacco hacker alla società Hacking team, con
l’audizione del capo del Dis Giampiero Massolo. Qual è il suo giudizio? «Per
quanto riguarda la nostra intelligence, solo l’Aise ha comprato il software
diHacking team e lo ha utilizzato su target specifici, con l’autorizzazione del
procuratore generale prevista dalla legge, in ogni caso su soggetti stranieri
al di fuori del nostro territorio. E’ importante richiamare i soggetti
istituzionali a controllare i privati a cui vengono affidati incarichi cosi
delicati».SaraMenafra
venerdì 3 luglio 2015
LIBERO - 03/07/15 - "BASTA MOSCHEE, HA RAGIONE SALVINI"
Giacomo
Stucchi, lei è presidente del Copasir, in sostanza l'organo di controllo dei
servizi segreti.Gli arresti di Roma e Milano sono la dimostrazione che anche in
Italia potrebbero esistere cellule del terrorismo islamico pronte a colpire. Come viene effettuato il
controllo del territorio?
C'è
l'impegno dell'Intelligence, ci sono le procure e le forze dell'ordine, che sono
costantemente operative. Il lavoro di controllo del territorio svolto sino a
oggi nel nostro Paese ha dato i suoi frutti. E il fatto che le operazioni
antiterrorismo, come quella da lei citata, si susseguano, se da un lato può
destare preoccupazione dall’altro dimostra che la prevenzione esiste e ha funzionato,
almeno fino ad ora.
In
Tunisia , dopo la strage di turisti sulla
spiaggia di Sousa, sono state chiuse moschee considerate centri di
reclutamento di terroristi. In italia
invece solo Matteo Salvini si oppone all'apertura di nuove.
“Matteo
Salvini fa benissimo a opporsi all’apertura di nuove moschee. Oltre a essere
potenziali centri di reclutamento per terroristi, come dimostrato da varie
inchieste, c’è da dire che in passato
spesso non sono stati fatti dei controlli adeguati sulla destinazione
d'uso di un certo tipo di aree, magari nelle periferie delle città. E poi c'è il problema della reciprocità: mi
chiedo se sia giusto che noi si debba concedere la costruzione di una moschea
in casa nostra, e non si possa invece vedere riconosciuto il diritto di
costruire una chiesa in Egitto, dove i cristiani copti vengono perseguitati e
ammazzati dai musulmani, piuttosto che in Arabia Saudita o in qualsiasi altro
Paese dell'Islam.
E per quanto riguarda la lingua?
Per quanto riguarda l'utilizzo della lingua
italiana nelle moschee seguirei il recente esempio austriaco che lo ha imposto
per legge”. Si è tollerato molto in nome della libertà di religione, senza sapere quello che veniva detto in
questi centri culturali che poi diventano
anche scuole islamiche e in alcuni casi anche delle infermerie per curare soggetti la cui
presenza si riteneva opportuno celare alle autorità. Più in generale, penso che
le moschee rappresentino un problema nel momento in cui, all'interno delle
stesse, ciò che viene predicato non è “compatibile con quelli che sono i valori
di un Paese civile e occidentale, come il nostro, e con le conquiste sociali e
culturali che sono costate sangue e vite nei secoli scorsi.
Come
mai le varie comunità islamiche in Italia, non denunciano i reclutatori che
operano nelle moschee?
“Questo
bisognerebbe chiederlo a chi vive in quelle comunità. Io posso dire che bisogna continuare a espellere tutti coloro
che all’interno delle comunità islamiche inneggiano all’odio o al terrorismo.
Certamente nel dato che lei evidenzia é possibile, come molti sostengono,
leggere anche una sorta di paura del "troppo filo-occidentale", con
tutte le possibili conseguenze del caso”.
Intanto dal
Nord Africa continuano ad arrivare migliaia di clandesini.
“Non
c’è da stupirsi, purtroppo. Abbiamo un
governo che non ha fatto nulla di concreto per impedire le partenze. Si è
parlato di blocco navale, di controllo delle coste, di affondamento
mirato dei barconi vuoti ormeggiati sulle coste libiche e, per ultimo dei
respingimenti, strumento che tutte le democrazie “normali” utilizzano, ma nulla
è stato fatto.
Fra l'altro, molti immigrati salvati
dai barconi non vengono neanche identificati. Come mai?
Coloro
che arrivano molte volte rifiutano di
farsi identificare perché nella maggior parte dei casi non sono profughi ma
clandestini che andrebbero espulsi immediatamente. Ma pure quelli che si fanno
identificare, pur sapendo di non essere in possesso dei requisiti per accedere
all'asilo, decidono di farlo e di presentare ugualmente una contestuale domanda
per la verifica del loro status, sapendo che conseguentemente verranno ospitati
a spese dei cittadini nei centri di raccolta o addirittura in hotel per un
lungo periodo. Da queste strutture, non
trattandosi di prigioni, sono liberi di muoversi come vogliono”.
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