Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il direttore generale del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) Alessandro Pansa
hanno presentato oggi a Palazzo Chigi la nuova Relazione annuale sulla
politica dell’informazione per la sicurezza, realizzata a cura del Dis.“Uno dei maggiori terreni sui quali si impegnano oggi il gruppo
dirigente, la nostra intelligence e il prefetto Pansa in prima persona è
la necessità di adeguare l’architettura e l’impegno italiano in termini
di cyber security e alle sfide sempre crescenti che la cyber security
propone a livello internazionale”, ha detto Paolo Gentiloni. Il riferimento, spiega l’agenzia Cyber Affairs, era alla
recente approvazione di un programma nazionale per la cyber security in
più fasi e dell’adozione di un nuovo decreto del presidente del
Consiglio che sostituisce il Dpcm Monti del 24 gennaio 2013, che ha
finora regolato l’architettura nazionale per la sicurezza cibernetica.
L’assetto del decreto semplifica e razionalizza la catena di comando,
rafforzando i poteri del Comitato interministeriale per la sicurezza
della Repubblica (Cisr) e della sua articolazione tecnica, ai quali è
affidata la gestione politica e strategica del contrasto alla minaccia.
Il compito di stabilire e coordinare le linee d’azione che dovranno
portare ad assicurare i necessari livelli di sicurezza dei sistemi e
delle reti di interesse strategico, sia pubblici che privati,
verificandone ed eliminandone le vulnerabilità è invece assegnato al
direttore generale del Dis (il dipartimento vedrà inoltre collocato al
suo interno il Nucleo per la sicurezza cibernetica).“C’è un capitolo a parte nella Relazione al Parlamento”, ha
proseguito Gentiloni, “che contiene un documento specificamente
dedicato” alla sicurezza cibernetica. “Sappiamo di essere in un mondo in
cui si moltiplicano le cosiddette minacce asimmetriche, non c’è più
tanto la minaccia tradizionale di eserciti stranieri alle porte, ma ci
sono minacce di vario tipo che vengono dagli attacchi cyber e da molte
altre questioni. A queste minacce non si risponde nell’illusione di
potersi proteggere chiudendoci, ma si risponde accettando la sfida. Più
sicurezza non vuol dire meno libertà, al contrario. Oggi avere più
sicurezza è una condizione per continuare a vivere liberi, per
continuare ad avere una società aperta, ispirata ai valori che abbiamo
conquistato e che intendiamo difendere”.Oltre al primo ministro e al direttore del Dis erano presenti i ministri Marco Minniti, Angelino Alfano e Roberta Pinotti e i componenti del comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica Giacomo Stucchi (presidente), Vito Crimi (M5s), Bruno Marton (M5s), Angelo Tofalo (M5s) Ettore Rosato (Pd) e Rosa Villeco (Pd). Presente anche Mario Parente, chi è il nuovo capo dell’Aisi (ex Sisde, il servizio segreto civile).
lunedì 27 febbraio 2017
giovedì 16 febbraio 2017
16/02/17 - CORRIERE DELLA SERA - PROTESTA ROMANA DEL BENZINAIO
Ha protestato ieri davanti a Montecitorio
Giuseppe Effendi, un benzinaio di Azzano che ha dovuto chiudere la sua attività
dopo una battaglia con una multinazionale del settore.«Protesto contro un’ingiustizia
— ha detto Effendi, 46 anni, accompagnato dal senatore leghista Giacomo Stucchi
—. Dal 2006 in poi ho subito contratti vessatori e clausole capestro che mi hanno
costretto a chiudere un’attività frutto di tanti anni di lavoro mio e di mio padre».
martedì 14 febbraio 2017
14/02/16 - IL MATTINO - STUCCHI: I NOSTRI DATI IN MANO ITALIANE MA IL GOVERNO DEVE INVESTIRE DI PIU'
Il Presidente del
Copasir: bisogna creare un forziere nazionale delle Informazioni più sensibili
Serve un piano del
governo in tema di cyber security per proteggere i computer di tutta la
pubblica amministrazione in modo che le informazioni sensibili e riservate non
siano diffuse all'esterno». Giacomo Stucchi commenta l'inchiesta de Il
Mattino che ha divulgato negli ultimi giorni i particolari degli attacchi
hacker subiti dalla Farnesina nel 2013. Stucchi, parlamentare leghista, è il
presidente del Copasir, il Comitato per la Sicurezza dello Stato. Sempre più spesso siamo nel mirino di spie
e un ministero importante come quello degli Esteri si affida ai russi di
Kaspersky permettere in salvo i propri dossier? «L'Italia, come tanti altri
Paesi" riceve attacchi ogni giorno. L'unica cosa da
fare adesso è cercare di creare prodotti informatici che offrano tutte le
garanzie di riservatezza e la tutela dei dati contenuti nei nostri server. E, inevitabilmente,
questo intervento va applicato a tutta la pubblica amministrazione. Poi non ne
farei una questione della nazionalità dell'azienda che se ne occupa, ma è chiaro
che se si opera con società italiane si è maggiormente al sicuro>>. Però sono stati messi documenti sensibili
nelle mani di un'azienda russa che è stata spesso al centro di scandali per i rapporti
contigui ai Servizi russi. Un'anomalia?
«Non posso commentare nello specifico per il ruolo di garanzia che ricopro, ma
c'è necessità di intervenire e a breve lo faremo. Il Copasir presenterà un
proprio parere sul tema che sarà votato all'unanimità da tutti i componenti del
Comitato. Al di là del tecnicismo servirà
creare una cassaforte nazionale a cui sarà possibile accedere solo attraverso
procedure particolari per fare in modo che determinate informazioni siano
visibili solo da chi ha la necessità di consultarle. Nei nostri server bisognerà
accedere attraverso codici-sorgente conosciuti solo in ambienti ristrettissimi
e, soprattutto, che non siano diffusi fuori dal Paese». Molti dati sensibili sembrerebbe che abbiano valicato abbondantemente i
confini nazionali. «Sì, ma non mi risulta che ci sia un affidamento
assoluto della tutela dei nostri dati ad altri Paesi, ma posso parlare solo per
quanto concerne il nostro comparto intelligence. Eppure, per quanto riguarda
altre amministrazioni pubbliche, dobbiamo rivedere l'ultimo decreto Monti in
temadi cyber security. Già oggi ci si dovrebbe cautelare con tutta una serie di
controlli quando ci si affida a mani straniere, le società esterne devono
offrire adeguate garanzie di segretezza».Nella
relazione di Kaspersky c'è scritto che la Farnesina è stata bucata dagli hacker
perché utilizzava software obsoleti, soprattutto le versioni Java. La nostra
intelligence è ogni giorno a lavoro per proteggerci e poi un ministero nevralgico
viene attaccato per una leggerezza? <>. Bisogna ammettere che
l'Italia non ci fa una gran figura. Gli hacker sarebbero entrati in possesso
del dossier sulla sicurezza cibernetica degli Usa, piani militari, dei dati in nostro
possesso su Cina, Europa e molte altre zone del mondo. «Tutti i Paesi
subiscono attacchi, bisogna attrezzarsi e bisogna mettere nel conto che queste
sono le sfide che ci aspettano da qui a molti armi>>. Le risulta che a compiere l'ultimo attacco
alla Farnesina per 16 mesi sia stato il team di hacker russi Apt 291?«Come
sa non posso rispondere. È un gruppo che è noto a livello mondiale perché è
riuscito negli armi ad infiltrarsi nei sistemi informatici dell'intelligence norvegese
e della Nato. Però prima di concentrarsi solo sui russi bisogna fare ampie
riflessioni, non si può gettare la croce addosso ad un singolo Paese».
mercoledì 25 gennaio 2017
25/01/17 - FORMICHE.NET - ECCO COME GENTILONI DARA' PIU' POTERI AL DIS DI PANSA SULLA CIBER SECURITY
C’è un’accelerazione verso una riforma del sistema della cyber
security. La conferma è arrivata dall’audizione del presidente del
Consiglio, Paolo Gentiloni, davanti al Copasir e si va
verso un maggiore coordinamento da parte del Dis, il dipartimento che in
base alla legge del 2007 coordina le due agenzie di intelligence. In
attesa di conoscere i dettagli, l’impressione è che si sia scelta la
strada normativa più veloce, cioè un decreto del presidente del
Consiglio, e nello stesso tempo che si voglia rendere più concreta e
dinamica la lotta per una maggiore sicurezza informatica dando più
potere al vertice dei Servizi. Il nuovo Dpcm cambierà perciò quello emanato da Mario Monti
nel gennaio 2013 che organizzò per la prima volta il settore, ma che
oggi sembra in parte inattuato e in parte anacronistico. Il presidente
del Comitato di controllo sui Servizi, Giacomo Stucchi, disse in un’intervista a Formiche.net
(e ha ripetuto il 24 gennaio nell’audizione di Gentiloni) che quattro
anni in questo settore sono “un’era geologica” e che dunque un
cambiamento è indispensabile. Nell’intervista Stucchi aggiunse che “è
necessario rivedere completamente il tutto e sostituirlo, riscrivendo il
decreto alla luce delle necessità emerse negli ultimi tempi” e,
riguardo a un’intesa bipartisan, che “sulla necessità di attualizzare la
normativa sulla cyber security siamo tutti d’accordo, poi bisognerà
vedere il contenuto della proposta”. Se dunque un decreto pronto in poche settimane è sicuramente il mezzo
migliore, bisognerà attendere il testo per capire come saranno superati
gli attuali problemi, compresi quelli sulla (scarsa) collaborazione tra
pubblico e privato, e se sarà una modifica o una sostituzione del
decreto Monti. Anche quest’ultimo attribuisce al Dis un chiaro potere di
coordinamento: il decreto del 2013, infatti, stabilisce che “il
Direttore generale del Dis, sulla base delle direttive adottate dal
Presidente del Consiglio dei ministri – volte a rafforzare le attività
di informazione per la protezione delle infrastrutture critiche
(materiali e immateriali), con particolare riguardo alla protezione
cibernetica e alla sicurezza informatica nazionali – e alla luce degli
indirizzi generali e degli obiettivi fondamentali individuati dal Cisr,
cura il coordinamento delle attività di ricerca informativa finalizzate a
rafforzare la protezione cibernetica e la sicurezza informatica
nazionali”. E’ probabile che nella prossima normativa si stringerà ancora di più il legame tra il Dis (oggi diretto dal prefetto Alessandro Pansa)
e il Cisr, il Comitato interministeriale per la sicurezza della
Repubblica, del quale fanno parte il presidente del Consiglio,
l’autorità delegata all’intelligence (che oggi è lo stesso Gentiloni
visto che manterrà la delega), i ministri di Interno, Difesa, Giustizia,
Economia e Sviluppo economico e il direttore del Dis che ne è il
segretario. Un rafforzamento potrebbe riguardare anche Aise e Aisi con
un vicedirettore ad hoc. Sullo sfondo resta il problema dei fondi
necessari: dal 1° gennaio sono materialmente disponibili i 135 milioni
stanziati nella legge di Bilancio 2016, tolti i 15 milioni subito
attribuiti alla Polizia postale, che però sono triennali. Angelo Tofalo (membro del Copasir per il M5s) continua a ripetere che occorrono 2 miliardi l’anno
“altrimenti l’Italia resterà sempre indietro in questo campo”. Cifra
oggettivamente irrealistica, ma non c’è dubbio che in prospettiva
l’investimento debba aumentare. L’utilizzo del web da parte del
terrorismo internazionale e gli incessanti attacchi informatici per
tentare di rubare all’Italia segreti industriali, militari o
genericamente “sensibili” avevano da tempo reso indispensabile un
intervento. L’inchiesta che ha portato all’arresto i fratelli
Occhionero, che avrebbero attaccato 18 mila account compresi quelli di
Matteo Renzi, Mario Monti e Mario Draghi, ha impresso l’accelerata
definitiva. Occorrerà ancora parecchio tempo prima che dagli Stati Uniti
arrivino i contenuti dei server usati dagli arrestati e forse in quel
momento l’Italia avrà una nuova normativa.
giovedì 19 gennaio 2017
FORMICHE - 19/01/17 - COME RAFFORZARE LA CYBER SECURITY DOPO IL CASO OCCHIONERO. PARLA STUCCHI (COPASIR)
“La normativa prevista dal decreto Monti del 2013 è
da rivedere completamente e forse serve un nuovo decreto che lo
sostituisca. Quattro anni di sviluppo tecnologico sul fronte della cyber
security equivalgono a 50 anni nel mondo reale”. Giacomo Stucchi,
48 anni tra un mese, leghista e presidente del Copasir, il comitato di
controllo sui servizi segreti, aspetta le notizie dagli Stati Uniti
prima di esprimere un giudizio approfondito sull’inchiesta che il 10
gennaio ha portato all’arresto dei fratelli Occhionero, accusati di
spiare migliaia di soggetti, tra cui ex presidenti del Consiglio come Matteo Renzi
e Mario Monti e istituzioni. Quell’inchiesta, però, ha rilanciato la
discussione sul sistema di sicurezza informatica in Italia, che ebbe una
prima organica normativa con un decreto del presidente del Consiglio,
nel 2013 appunto Mario Monti. A Formiche.net Stucchi spiega la
situazione e anticipa il possibile nuovo percorso “perché, se anche
finora non abbiamo preso nessun gol, gli attaccanti avversari migliorano
sempre la loro performance”. Presidente Stucchi, al Copasir è in corso da mesi un’indagine
sulla sicurezza informatica (di cui il vicepresidente, Giuseppe
Esposito, è proponente e relatore assieme ad Angelo Tofalo). La vicenda
Occhionero influenzerà i vostri lavori? Ci stimola a individuare altri soggetti da audire. Nel frattempo,
entro fine mese visiteremo la struttura della nostra intelligence
deputata alla cyber defence per valutarne direttamente il funzionamento e
il livello di organizzazione e di difesa, come abbiamo già fatto in
passato con altre strutture. E’ una sfida continua e le persone preposte
sono qualificate, capaci e pronte ad affrontare gli attacchi che
possono arrivare da hacker strutturati o indirizzati da governi
stranieri. Si lamenta una mancanza di coordinamento, eppure nel decreto
Monti è previsto un organismo collegiale di coordinamento che supporta
il Cisr (Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica) e
che è presieduto dal direttore del Dis. Non funziona? Credo che l’impianto previsto dal decreto sia superato e nella
sostanza abbia prodotto poco. E’ necessario rivedere completamente il
tutto e sostituirlo, riscrivendo il decreto alla luce delle necessità
emerse negli ultimi tempi. I quattro anni trascorsi dal gennaio 2013 a
oggi equivalgono a un’era geologica in termini informatici, sono come 50
anni del mondo reale. Dunque vanno riviste anche le competenze che oggi sono del consigliere militare del presidente del Consiglio? Va rivisto tutto. In un convegno del settembre scorso il prefetto Alessandro
Pansa, direttore del Dis, parlò della necessità di un progetto nazionale
di cyber security. E’ a questo che state pensando? Il concetto è che vanno definite nuove procedure che disciplinino una
serie di rapporti tra pubblico e privato le quali, se sommate,
rappresenterebbero la spina dorsale della nostra sicurezza cibernetica.
Pubblico e privato insieme significa ministeri e strutture della
pubblica amministrazione, grandi aziende e ricerca universitaria. Finora com’è andata la collaborazione pubblico-privato? Se si deciderà di modificare il decreto Monti per quanto riguarda
questo aspetto sarà proprio per aver constatato che qualcosa non ha
funzionato o è partito solo a livello embrionale. Bisogna prenderne atto
e cambiare indirizzo. I soldi a disposizione: dei 150 milioni stanziati con la
legge di Bilancio 2016 per la cyber security dopo gli attentati di
Parigi, 15 andarono alla Polizia postale e 135 sono ora a disposizione
dei Servizi grazie a un decreto del 6 settembre scorso, come confermò
l’allora ministro dell’Interno, Angelino Alfano. Angelo Tofalo, membro del Copasir per il Movimento 5 Stelle, a Formiche.net ha parlato della necessità di 2 miliardi. Bisogna distinguere bene. I soldi della legge di Bilancio 2016 sono
spendibili dal 1° gennaio di quest’anno, ma ci si era già mossi prima di
averne la materiale disponibilità e permettono all’intelligence di fare
cose positive. Se invece parliamo di piano nazionale per la cyber
security dobbiamo comprendere tutti gli attori e ognuno deve contribuire
per la propria parte. Se un’azienda privata decide di far parte del
piano non può pensare di avere una serie di benefici senza contribuire
anche economicamente. Che tempi prevede per la nuova normativa cyber? Ce la fate in questa legislatura? Per una struttura come quella attuale i tempi di adeguamento
potrebbero essere lunghi soprattutto se si dovesse utilizzare una legge
ordinaria; invece se la struttura fosse diversa, non ingessata, agile,
attuabile anche con norme di rango inferiore, i tempi potrebbero essere
brevi. Mi auguro che dal governo arrivi una proposta rapida per riuscire
a definire il tutto in pochi mesi. Le intenzioni sono bipartisan? Sulla necessità di attualizzare la normativa sulla cyber security
siamo tutti d’accordo, poi bisognerà vedere il contenuto della proposta. In un’intervista a Panorama all’inizio del 2013 l’allora
direttore del Dis, Giampiero Massolo, disse che l’anno precedente
un’azienda italiana aveva subito mille attacchi cyber al giorno e solo
quando si rese conto di non farcela chiese aiuto all’intelligence. Si
possono quantificare gli attacchi che aziende private e istituzioni
subiscono? Più un’azienda è grande, più attacchi subisce. Inoltre, ci sono
aziende di nicchia che hanno minore capitalizzazione rispetto ai grandi
gruppi, ma che detengono informazioni preziose e sono a loro volta
oggetto di innumerevoli tentativi quotidiani, dall’hacker singolo a
quello governativo. Gli attacchi sempre più numerosi ci preoccupano e
con l’evoluzione tecnologica è sempre più difficile per un portiere non
prendere gol. Finora non abbiamo subito nessun gol, ma gli attaccanti
hanno performance sempre maggiori, per esempio concentrando una serie di
indirizzi Ip su un unico obiettivo creando un fronte di fuoco difficile
da sopportare. Un’azienda “sensibile” riesce a difendersi? Chi è in difficoltà sa che può chiedere un supporto. Le aziende più
importanti sono strutturate in modo adeguato, altre hanno bisogno di
perfezionarsi sulla difesa. Tutte si adeguano tecnologicamente, in
alcuni casi forse non c’è la consapevolezza di dover fare uno sforzo in
più. Non bisogna dimenticare che quel tipo di investimento è molto
costoso. C’è bisogno anche di una maggiore collaborazione tra le strutture operative, cioè tra Difesa, Polizia, Servizi? E’ necessaria anche se sono quotidianamente impegnate in un lavoro comune e dunque un collegamento costante tra loro c’è. Che idea si è fatto dell’inchiesta Occhionero? Finché non avremo i dati dagli Stati Uniti, dove sono basati alcuni
server, non riusciremo a capire il reale perimetro della vicenda e ci
vorrà del tempo. Si è parlato di 18 mila account, ma ci sono soggetti
con più email e dunque il numero reale delle persone coinvolte è
inferiore. Le intenzioni sono una cosa, i risultati un’altra. Sul fatto
poi che agissero di propria iniziativa o per conto di qualcuno, per ora
posso solo rilevare che il malware usato era vecchissimo, tanto che
neanche gli antivirus più moderni riescono a intercettarlo. Come Copasir
aumenteremo la frequenza delle audizioni: esauriti i soggetti
istituzionali, stiamo ascoltando i professori esperti del settore e poi
toccherà ai privati. Non dimentichiamo, però, che il Comitato non
dev’essere mai monotematico: un’emergenza cyber non può farci
dimenticare il terrorismo o la criminalità organizzata.
giovedì 12 gennaio 2017
IL GIORNALE- 15/01/17 - LA POLITICA SOTTO CHOC: «MA I CONTROLLI DOVE SONO?»
Stucchi (Copasir): «La cosa più grave è che per tutto questo tempo nessuno si sia accorto di nulla»
Con la vicenda dei fratelli Giulio e Francesca Maria Occhionero, indagati per aver messo a punto una «centrale» di cyberspionaggio ai danni di cariche istituzionali, politici, imprenditori, uomini dell'alta finanza e una lunga lista di nomi illustri del nostro Paese, a saltare - per ora - è la testa del direttore della Polizia postale, Roberto Di Legami. Ma la faglia che si apre è ben più profonda. «Siamo tutti non attrezzati e inadeguati, parlo delle nostre istituzioni, alla cybersicurezza. Una cosa non da poco. Quello che si sta scoprendo in queste ore è estremamente grave». Così ha commentato il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta. E in effetti, il tema in queste ore è quello dell'inadeguatezza delle istituzioni, ma anche delle aziende e delle organizzazioni che sono finite nel mirino dell'attività di dossieraggio, «per finalità che al momento possiamo solo immaginare» come ha lasciato intendere il garante della Privacy Antonello Soro, ai microfoni di Radio 1. «Non c'è dubbio che questo caso dimostra come quanto sia in ritardo il sistema di sicurezza cibernetica nel nostro Paese», ha aggiunto il capo dell'Autorità per la protezione dei dati. E in effetti, se fosse confermato «un sistema più ampio» dietro «Eye Pyramid», significherebbe che i due pirati informatici hanno agito in maniera indisturbata per anni. Nonostante i presunti precedenti emersi in occasione della famosa inchiesta sulla P4, nel 2011, e nonostante questa vicenda affondi le radici nella collaborazione dell'ingegnere informatico convertito all'alta finanza, per esempio, con la Westlands Securities, la società che avrebbe fornito consulenza per un progetto sul Porto di Taranto. Nei rapporti con Monte dei Paschi. E persino con Salvatore Buzzi, quello delle Coop di Mafia Capitale. «L'Amministrazione sta verificando la sussistenza di eventuali infiltrazioni nei sistemi di autenticazione del portale e contemporaneamente ha attivato tutti gli approfondimenti del caso con il Raggruppamento Temporaneo d'Imprese, gestore dell'ambiente di portale», si legge in una nota diffusa oggi dal Campidoglio. È evidente intanto che la palla, adesso, è fra le mani della Procura e quelle del Parlamento, dove il clamore di questo caso di spionaggio all'italiana ha aperto a non pochi interrogativi. «La cosa più grave è che si sia potuta sviluppare tutta una attività di questo tipo, per un lungo periodo, senza che ci fosse la possibilità di comprendere quello che realmente stava accadendo», è il commento del presidente del Copasir e senatore Lega Nord Giacomo Stucchi. Sui «lati oscuri e inquietanti» di questa «vicenda che si riferisce anche a questioni di sicurezza nazionale», il presidente dei deputati Cinque stelle, Vincenzo Caso, ha chiesto in conferenza dei capigruppo della Camera un'informativa urgente del Governo in Parlamento. Sarà il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro, a far sapere quando e chi terrà l'informativa.
venerdì 6 gennaio 2017
IL TEMPO - 06/01/17 - GIACOMO STUCCHI (COPASIR): "INTELLIGENCE E PREVENZIONE COSI' ABBIAMO EVITATO IN ITALIA"
«Confermo che esiste una grande attenzione da parte di tutto il comparto sicurezza nel valutare ogni situazione delicata. Ad oggi non risulta alcuna progettualità ostile specifica contro obiettivi nel nostro Paese. Viviamo uno stato di elevata allerta e quindi vi è un controllo di tutte le realtà che si ritengono più sensibili». A parlare è Giacomo Stucchi, presidente del Copasir, dopo le stragi di Berlino e Istanbul. In Italia l’allerta è ai massimi livelli. «Proviamo a fare chiarezza senza creare il panico? La lotta al terrorismo di matrice islamista è globale perché a essere in gioco ci sono tutti i valori dell’Occidente, in primis quelli della democrazia e delle libertà. La paura è comprensibile. I cittadini devono essere consapevoli che ogni giorno le forze dell’ordine e l’intelligence si impegnano al massimo, pur con dotazioni che devono essere sempre più adeguate alle nuove sfide, per garantire la sicurezza di tutti. Non è certo per una questione di fortuna se da noi, fino ad oggi, non ci sono stati attentati di matrice jihadista; è il risultato di un prezioso lavoro silenzioso svolto quotidianamente da tante persone capaci e preparate. Ciò non significa, tuttavia, e dobbiamo essere onesti nell’ammetterlo, che noi non si sia nel mirino al pari delle altre comunità occidentali e che, quindi, nel futuro non possa accadere qualcosa». Esiste un network jihadista con ramificazioni anche in Italia e che potrebbe fornire supporto per attentati? «Rispetto a Charlie Hebdo e ai fatti del Bataclan le stragi di Berlino e di Istanbul evidenziano delle reti jihadiste molto più ridotte e per questo più difficili da individuare. Spesso chi compie un attentato è l’unico soggetto a conoscenza del piano che intende portare a termine e questa mancanza di condivisione impedisce ogni fuga di notizia. Per l’intelligence, quindi, si tratta di una nuova sfida con la quale confrontarsi. Ma i terroristi non sono fantasmi che spuntano dal nulla e, come dimostra la cronaca degli ultimi giorni, spesso coloro che agiscono o progettano attentati sono coperti da uomini o strutture che danno loro appoggio». Si può parlare di presenza di cellule attive in Italia? «Per le informazioni ad oggi in mio possesso direi di no. Il pericolo esiste e la sfida più dura è proprio quella di prevenire eventuali attivazioni». Quando si parla di terrorismo di matrice islamica il collegamento all’immigrazione è inevitabile. Quanto è reale il rischio? «Personalmente non ho mai escluso questa possibilità. Fino alla scorsa estate era logico supporre che l’arrivo in Europa di un terrorista "strutturato" - un soggetto cioè su cui Daesh aveva investito molto in termini di formazione - difficilmente poteva avvenire tramite un barcone, mettendo così in pericolo la sua vita. Dopo le sconfitte nei mesi scorsi di Daesh in Libia e parecchi miliziani allo sbando è ragionevole pensare che le cose siano cambiate. Non parlo natural- mente dei veri profughi. Un controllo capillare su tutti coloro che arrivano sulle nostre coste con imbarcazioni di fortuna per accertarne identità e intenzioni è quindi fondamentale per abbassare il possibile rischio». La Libia è il nostro tallone di Achille. Come si può arginare il fenomeno dell’immigrazione? «Oggi la situazione in Libia è sempre più fuori controllo. La comunità internazionale deve aiutare concretamente la Libia chiedendo in cambio un reale presidio delle coste e ottenendo la realizzazione in loco di siti per l’accoglienza dei migranti, che permettano agli stessi di presentare le richieste d’asilo. Ma il punto vero, l’intervento necessario da compiere in tema di politiche migratorie, se si vuole dare un segnale chiaro anche ai trafficanti di esseri umani, è quello dei respingimenti». Si può parlare di una presenza di soggetti radicalizzati che mettono a rischio la sicurezza nazionale? «Dalla radicalizzazione al terrorismo il passo può essere breve e, comunque, nessuno può escludere che alcuni soggetti possano essere indotti ad agire da criminali esercitando e portando violenza nelle nostre città. La strategia giusta consiste nel non abbassare mai la guardia. Occorre aumentare i controlli sul territorio, nelle carceri, sul web e in particolare nel dark web, dove si svolge il 90% delle attività problematiche di tutta la rete internet, ricordando da ultimo che oggi è proprio il web, per la sua facilità di frequentazione, ad essere luogo in cui è più agevole iniziare un percorso di radicalizzazione».
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