martedì 17 gennaio 2012

CORRIERE DELLA SERA - 17/01/12 - E IL SENATUR SBOTTO': POTREI DIMETTERMI

MILANO - «Mi dimetto». Umberto Bossi ha accusato il colpo. Dopo la «fatwa», poi rientrata, contro Roberto Maroni, nella tarda mattinata di ieri, in via Bellerio, in molti riferiscono di aver sentito l'inaudito, il «Capo» che parla di passi indietro: «Il partito non è più con me». Un umore crepuscolare che, va detto subito, non supera l'ora di pranzo. Nel pomeriggio il leader leghista ha già cambiato attitudine e vede, tutti insieme, Giancarlo Giorgetti - già da lui definito «il mediatore confusionale» - e i «tre Roberti»: Calderoli, Cota e soprattutto lui, Roberto Maroni. Anche qui, è vero, il capo padano dice di essere rimasto colpito dalle reazioni della base agli ultimi eventi. Tutti i presenti gli confermano che nessuno ha mai messo in discussione il suo ruolo, che la fiducia in lui è intatta. Ma anche che alcuni problemi non possono più essere tenuti sottotraccia. La sostanza del discorso dei maroniani è ben sintetizzata da uno dei dirigenti leghisti più vicini all'ex ministro dell'Interno, il bergamasco Giacomo Stucchi: «Nessuno mette in dubbio Bossi, ma i suoi consiglieri sì». Secondo il deputato, «il problema non è chi sta o chi non sta con Bossi, perché il partito è Bossi. La base chiede che al fianco del leader ci sia chi è legittimato dal basso». Di più: «Ruoli che vanno ricoperti da persone come Maroni, Calderoli, Cota, Giorgetti e non da chi se ne appropria e basta. La nostra gente non vede di buon occhio il Cerchio magico». Bossi recepisce, ma non promette nulla. Mostra, semmai, di volersi gettare tutto quanto dietro le spalle senza troppo approfondire. E propone che tutti i presenti, lui escluso, vadano di fronte ai microfoni di Radio Padania per interpretare, una volta di più, l'eterna ammuina della Lega graniticamente unita. Ma così non è stato. Secondo un amico di lunga data di Maroni, che ieri mattina ha raggiunto quota 320 inviti a manifestazioni pubbliche, ora l'ex ministro dell'Interno vuole un segnale. Il sospetto, che i sostenitori del «clan di Gemonio» non fanno nulla per allontanare, è che la retromarcia di Bossi sia stata semplicemente una mossa tattica per evitare clamorose contestazioni alla manifestazione di domenica prossima contro il «governo ladro». La barra dei «barbari sognatori», i sostenitori di Roberto Maroni, punta diritta ai congressi. Già alcune circoscrizioni, a partire da domenica scorsa, hanno approvato mozioni in tal senso e in tutta la Lombardia ci si attendono pronunciamenti analoghi almeno dall'80% delle segreterie. Ma l'altro appuntamento che sta alzando l'adrenalina all'interno del Carroccio è il «Maroni day» di domani sera a Varese. La manifestazione ieri mattina è stata spostata in una sala più capiente. Probabilmente Bossi non ci sarà, e altrettanto probabilmente Roberto Maroni terrà un discorso molto netto «sulla Lega degli onesti, su casa nostra, sul nostro territorio», come riferisce un deputato. Mentre l'appuntamento degli appuntamenti è per domenica. A dispetto della fragile tregua siglata tra i leader del Carroccio, resta comunque un appuntamento ad alto rischio. In cui è difficile che i più ardenti sostenitori dell'ex ministro rinuncino a portare in piazza del Duomo il loro tifo. Dal fronte opposto, la risposta è netta: «Se andrà così, finisce a botte».

giovedì 3 novembre 2011

L'ESPRESSO - 03/11/11 - E L'ONOREVOLE FA LA DIRETTA ON LINE

Il casiniano Rao. Il piddino Sarubbi. Il leghista Stucchi. Sono alcuni dei deputati che mandano dall'aula i loro tweet durante i lavori. Una moda che sta già contagiando il Senato e il Parlamento Ue. E che sembra piacere ai cittadini-utenti. Di sicuro qualche battuta da centoquaranta caratteri non sarà sufficiente a cambiare l'opinione degli italiani sulla 'Casta', ma anche grazie a Twitter qualcosa si sta muovendo. Negli ultimi mesi sono infatti sbarcati sul sito di microblogging un gran numero di politici, almeno centosettanta secondo il monitoraggio del sito Casta Tweet, e tra i deputati c'è chi ha iniziato a raccontare in tempo reale le sedute della Camera, con retroscena e curiosità altrimenti difficili da scoprire. Messaggi brevi, commenti taglienti e persino risposte personali agli utenti che hanno voglia di partecipare alla discussione. Un'operazione trasparenza che sta fornendo un inedito punto di vista sui guai della maggioranza in Parlamento anche in questi giorni.Buona parte del merito di questa avventura va ad Andrea Sarubbi, deputato del Pd e creatore dell'hashtag #opencamera, un parola chiave usata adesso da tanti deputati e semplici elettori per parlare di politica su Twitter. «E' un passo avanti verso i cittadini, un modo per rendere i parlamentari più a portata di mano e non farli percepire come chiusi in una Torre d'avorio», spiega Sarubbi a l'Espresso «Mi sono avvicinato a Twitter dopo aver letto dell'uso che ne faceva la regina Rania di Giordania e mi sono reso conto che se utilizzato in maniera personale, quindi non attraverso uno staff e non per diffondere comunicati stampa, è un modo intelligente di avvicinare i cittadini alla politica». Che sia necessario fare qualcosa per riavvicinare la politica ai cittadini è evidente. Solo per citare dei dati, secondo il rapporto sulla competitività globale stilata dal World Economic Forum, l'Italia occupa oggi la posizione 127 su 142 paesi per la credibilità dei politici e la posizione 135 quando si parla di trasparenza. «Usare Twitter secondo me è importante e non è una perdita di tempo, perché posso assicurarvi che se uno vuole perdere tempo può farsi i solitari sull'iPad. Fare la cronaca live invece richiede molta attenzione e lavoro e spesso sono l'ultimo a lasciare l'aula perché rispondo ai tweet di chi mi segue. Inoltre è anche un modo per far sapere agli elettori che nelle Commissioni o in Aula si sta lavorando». Attraverso i tweet (così vengono chiamati i singoli messaggi su Twitter) è possibile quindi avere una cronaca essenziale e in tempo reale di quello che accade a Montecitorio: un 'format' che in poche settimane ha conosciuto un successo senza precedenti e reso lo stesso Sarubbi uno dei deputati più seguiti in rete. Visto il buon esito dell'esperimento, e la visibilità ottenuta, all'avventura di #opencamera si sono nel tempo uniti altri esponenti democratici come Alessandro Bratti, Ettore Rosato, Pierangelo Ferrari ed Emanuele Fiano. Le cronache in diretta dall'aula sono però rimaste appannaggio del Pd solo per poco tempo, e adesso si sono affacciati in questo campo anche esponenti di altri partiti. Roberto Rao, deputato dell'Udc e già responsabile della comunicazione del partito sui social network, si è unito alla pattuglia di chi twitta da Montecitorio. «Ormai i cronisti parlamentari seguono le sedute solo in poche occasioni e le telecamere della tv riprendono solo chi parla», spiega Rao a l'Espresso, «Con #opencamera si sopperisce all'assenza di cronisti e spesso si finisce per fornire notizie prima delle agenzie di stampa o al posto di queste». Il diffondersi del fenomeno non ha però fatto felici tutti i colleghi, e lo stesso Rao confessa che c'è stato anche qualcuno che ha definito la cosa come 'una roba di sinistra e di comunisti'. «Ma è una classica risposta quando si ha paura di quello che non si conosce», getta acqua sul fuoco Rao.Come ammettono gli stessi autori, fare la cronaca in diretta è comunque assai più facile dai banchi dell'opposizione e non è un caso che tra le file della maggioranza sia molto raro trovare politici così attivi sul social network. Un'eccezione che vale la pena di segnalare è quella del deputato leghista Giacomo Stucchi, da alcune settimane diventato il "contro twittatore" della maggioranza, sempre attraverso l'hashtag #opencamera. «Le cronache delle sedute le facevo da anni sulla mia pagina Facebook, ma Twitter è uno strumento più essenziale che può essere gestito con facilità anche dal cellulare e qui faccio politicamente da contro-altare a quello che dice l'opposizione», spiega Stucchi, che proprio su Twitter ha battibeccato con Sarubbi a proposito di un applauso in aula rivolto al ministro Maroni.

IL SOLE 24 ORE - 03/11/11 - LEGA DECISA AL VOTO PIUTTOSTO CHE UN GOVERNO TECNICO, RESTA IL DISAPPUNTO PER IL MANCATO DECRETO

Piuttosto che un Governo tecnico la Lega Nord preferisce il voto. Umberto Bossi ribadisce la posizione del Carroccio davanti a Giorgio Napolitano, con la delegazione leghista composta dai ministri Roberto Maroni e Roberto Calderoli, e dai presidenti dei gruppi parlamentari del Senato e della Camera, Federico Bricolo e Marco Reguzzoni. Poche ore prima la Lega non aveva nascosto il suo «totale disappunto» per il mancato utilizzo del decreto (escluso dopo i dubbi del Quirinale) per il varo delle misure anti-crisi. Del malumore del Carroccio si era fatto portavoce il ministro della Semplificazione che oggi, dell'incontro con il presidente della Repubblica, dice: è andato «sempre bene, anche meglio».Che la Lega fosse contraria all'ipotesi di un nuovo Governo, guidato da un tecnico come Mario Monti, Bossi lo aveva ribadito con una inequivocabile pernacchia ai cronisti che gli chiedevano un parere. E ora il no del Carroccio è arrivato anche nelle stanze del Quirinale. Nel movimento quello che dice Bossi (almeno su questioni come questa) non si discute, ma in molti sospettano che alla Lega sotto sotto questa possibilità non dispiaccia, perché le consentirebbe di ricollocarsi all'opposizione e provare così a raggranellare nuovi consensi. Il partito però parla con una voce sola. «La posizione della Lega su questo è sempre stata chiara», dice l'onorevole Carolina Lussana, che ribadisce il «no a un ribaltone mascherato da Governo tecnico». Quanto alle misure adottate contro la crisi «da sempre abbiamo chiesto a Berlusconi di avere il coraggio di rilanciare la crescita economica e di tagliare la spesa inutile». Bene i provvedimenti che «non vanno a toccare le fasce deboli della popolazione, come i giovani e le donne. Giusto il federalismo fiscale con l'attuazione dei fondi standard. Giusta la stretta al pubblico impiego».Anche Giacomo Stucchi, segretario dell'Ufficio di presidenza di Montecitorio, ribadisce «l'indisponibiltà» della Lega «a qualsiasi forma di governo alternativo a quello esistente». E conferma che il Carroccio è pronto a fare la sua parte in Parlamento per «far sì che gli impegni presi con l'Ue diventino fatti concreti», ribadendo alcuni punti fermi, come quelli «sull'inviolabilità dei diritti acquisiti per le pensioni di anzianità».Pesa il malumore per il mancato utilizzo del decreto. «Difficile spiegare ai mercati e ai partner europei - dice Stucchi - la differenza che passa nel nostro sistema legislativo tra decreto legge, emendamento e disegno di legge». Anche perché l'Europa, «in questo momento - sottolinea l'esponente leghista - guarda più alla sostanza delle cose che non alle sfumature, e direi anche storture, del nostro sistema legislativo».Resta la preoccupazione. Lo ammette Luca Zaia. «Se non c'è una cura energica, una cura da cavallo è il caso di dire - sostiene il governatore del Veneto - immagino che non se verrà fuori». Per Zaia «il Governo ha tutti gli strumenti per decidere quali siano le soluzioni migliori» e l'esponente leghista guarda «con attenzione a questi 1888 miliardi di euro di debito pubblico, ma soprattutto al fatto che lo spread è di 463 punti base. Significa che il nostro Btp decennale è del 6,4% e ci stiamo avvicinando alla soglia fatidica del 7%».

sabato 24 settembre 2011

CORRIERE DELLA SERA - 24/09/11 - LA LEGA SI ALLINEA ANCORA: NON BOCCEREMO IL MINISTRO

Il governo I nodi Il Carroccio Il capogruppo Reguzzoni: saremo compatti come per Milanese

Salvini: troppa pazienza. Di Pietro attacca: dal cappio alla mafia La stoccata a Formigoni Il gruppo leghista alla Regione Lombardia chiede di eliminare la figura dei sottosegretari e ridurre lo staff del presidente

MILANO - Il «che fare» del Pdl investe il Carroccio, con le brusche prese di posizione di Gianni Alemanno («Ridimensionare la Lega») e l' invito alla cautela di Alfano. Ma i padani, a loro volta, restano alle prese con un quesito simile ma contrario: che fare con Silvio Berlusconi? Quella dell' eurodeputato Matteo Salvini è una voce vicina alla base del movimento: «Non penso - tuona ai microfoni di SkyTg24 - che avanti in questa maniera si vada oltre qualche mese. Non so chi si debba dimettere, ma avanti così non si va. E la Lega di pazienza ne ha avuta anche troppa». Il riferimento è al voto in Aula sull' arresto dell' ex braccio destro di Giulio Tremonti, Marco Milanese. Eppure, la linea è già tracciata anche sulla prossima prova d' Aula: mercoledì la Lega voterà contro la mozione di sfiducia nei confronti del ministro all' Agricoltura Saverio Romano. Lo ha annunciato il capogruppo a Montecitorio Marco Reguzzoni: «Abbiamo votato compatti contro l' arresto di Milanese e la settimana prossima bocceremo la sfiducia al ministro Romano». Il capo dei deputati, che si è detto «molto sorpreso» dall' assenza di Giulio Tremonti durante il voto, ha anche tracciato, in un' intervista al Messaggero , un' ambiziosa roadmap: «Avendo i numeri in Parlamento non abbiamo più scuse: ridurremo il numero dei parlamentari, rilanceremo l' economia con la semplificazione e la sburocratizzazione, faremo la riforma del Fisco e della giustizia civile». Va anche detto che la scelta sulla sfiducia al ministro sarà fatta non già a voto segreto, ma per appello nominale. Resta il fatto che nel movimento le dichiarazioni di ieri del ministro («Sono il leader di un partito politico che sostiene il governo») sono piaciute pochissimo. Ha aggiunto Romano: «La Lega vota contro la mafia e contro la mozione di sfiducia che mi riguarda». Brontola un deputato in camicia verde: «Cosa è, una sfida?». Il lavoro, comunque, è ora quello di far digerire le novità ai militanti che, almeno a giudicare da quanto si scrive sui forum più o meno vicini al movimento, non hanno gradito affatto gli ultimi passaggi politici. La segreteria del Carroccio milanese, per esempio, ha indetto per i prossimi giorni una serie di incontri con gli elettori. Spiega il segretario Igor Iezzi che «in questo momento è fondamentale spiegare ogni passaggio alla nostra gente. È un lavoro di controinformazione rispetto alle frequenti balle della grande stampa: dobbiamo chiarire a tutti quali sono i termini reali che stanno dietro alle scelte della Lega». Il deputato bergamasco Giacomo Stucchi sulla Padania di oggi la spiega così: «Se Berlusconi cadesse si aprirebbe una crisi politica al buio che è esattamente lo scenario al quale mirano vecchi e nuovi oppositori del governo». E se «la Lega è al governo» per fare le riforme, «sono certo che il nostro popolo ha ben presente questo rischio e che condivida quindi la scelta di responsabilità fatta dal Carroccio». Intanto però Antonio Di Pietro attacca i leghisti così: «Dicevano di voler addirittura impiccare i parlamentari corrotti o sospetti di legami con la mafia, mentre la settimana prossima confermeranno la fiducia al ministro accusato di essere in combutta con i mafiosi». Ma c' è anche una seconda linea che dovrebbe dare nuovo slancio al movimento. Bossi, a Venezia, l' ha sintetizzata così: «Se l' Italia va giù, sale la Padania». Più articolata la spiegazione del deputato Massimo Garavaglia sulla Padania di qualche giorno fa. L' idea è che «in caso di crisi greca, l' euro sparirebbe e a questo punto potrebbero "vincere" i contribuenti tedeschi che spingono verso la nascita di un doppio euro». Il resto del ragionamento è in discesa: «Per la Padania sarebbe il momento delle scelte. Da che parte stare? Con l' Europa che conta o con quella di serie B?». Garavaglia suggerisce che il Nord si accolli una quota parte del debito pubblico ben superiore a quella dovuta: «La Padania potrebbe rientrare nei parametri europei se non dovesse più gettare dai 50 ai 70 miliardi di euro l' anno nel calderone romano». Quanto al Centro-Sud, «si troverebbe ad avere un debito del 70%, uno dei più virtuosi del mondo moderno». Contenti tutti? E intanto, la Velina verde è tornata a farsi sentire. Il misterioso (ancora per poco) blog leghista che nelle scorse settimane aveva attaccato Roberto Maroni, ieri scriveva: «Noi siamo la pistola fumante della base incazzata che non ne può più di poltronieri e intrallazzi». Marco Cremonesi

giovedì 8 settembre 2011

CORRIERE DELLA SERA - 08/09/11 - BERSANI CON DI PIETRO E VENDOLA. RENZI ATTACCA, VELTRONI ASSENTE

Sono le 11 del mattino quando, in mezzo al corteo anti-manovra, arriva Pier Luigi Bersani: gran mucchio di fotografi e telecamere, il servizio d' ordine della Cgil fatica obiettivamente a contenere la ressa, il leader del Pd si mette a fianco di Susanna Camusso e comincia a scendere lungo via Merulana. Era il momento più atteso, Bersani l' aveva promesso: «Anche il Pd sarà in prima linea». I leader dell' opposizione, Terzo polo escluso, ci sono tutti: Vendola, Ferrero, Diliberto, Bonelli, Di Pietro. «Qui la coalizione c' è - sibila il leader dell' Italia dei Valori -. Il problema non è chi c' è, ma chi manca. Se alcuni hanno la puzza sotto il naso, è un problema della loro coscienza». Già, chi manca. Nelle cento piazze della Cgil, certe assenze si sono notate. «Ma il Pd da che parte sta?», si chiedeva ironico a fine giornata il deputato della Lega Nord Giacomo Stucchi. Ma non solo lui, in realtà. Pd diviso, spaccato. Tra chi c' era e chi no. Al corteo di Firenze, per esempio, non è pervenuto il sindaco Matteo Renzi. C' era, invece, uno striscione velenoso: «Renzi, il sindaco che la destra ci invidia». Nella stessa piazza, però, s' è vista Rosy Bindi, che del Pd è la presidente. Sibillina, la Bindi: «Ci sono persone che ritengono che non si debba ricorrere a strumenti di lotta radicali, estremi, anche se pacifici, come quello che la Cgil ha scelto. Si assumano le loro responsabilità: noi non abbiamo dubbi da che parte stare». Il sindaco «rottamatore» del Pd, qualche ora più tardi, ha risposto a modo suo alle gerarchie del partito: «Bersani tiri fuori le idee, non solo gli striscioni. Gli elettori del Pd non si aspettano di sapere se siamo in piazza o no, ma se abbiamo prospettive, proposte, per il lavoro e per i giovani. La manovra del governo sembra fatta dal mago Silvan, con provvedimenti che appaiono e scompaiono. Poi però i mercati te la fanno pagare...». E così, a Firenze, Renzi non c' era, mentre - per dire - i suoi colleghi di Torino e Bologna, Piero Fassino e Virginio Merola, hanno seguito Bersani. E non s' è visto a Trieste nemmeno il sindaco Cosolini, mentre l' europarlamentare Debora Serracchiani, del Pd come lui, non ha fatto mancare la sua presenza («Il partito è il partito e il sindacato è il sindacato, ma l' articolo 8 fa proprio schifo...», ha spiegato). Eppoi a Brescia c' era il funerale di Mino Martinazzoli: «Coincidenza simbolica», sospira il senatore pd Lucio D' Ubaldo, che infatti c' è andato, disertando il corteo di Roma insieme ai suoi colleghi ex popolari Garavaglia, Rusconi e Galperti. Tutti al funerale del vecchio segretario della Dc: anche Franceschini e Follini. Però la Bindi e Bersani hanno fatto ugualmente in tempo a partecipare alle esequie. D' Ubaldo glissa: «In questo momento serve coesione, per dare fiducia ai mercati...». Roberto Giachetti, ex rutelliano, è un altro che non ha aderito: «Il risultato di questo sciopero, scusate, qual è stato alla fine? S' è rotta di nuovo l' unità sindacale». «Le divisioni sindacali non fanno mai bene», aveva chiosato alla vigilia Walter Veltroni, che infatti s' è tenuto alla larga. Eppoi c' è Giuseppe Fioroni, il caposquadra degli ex popolari, il primo a schierarsi nettamente contro lo sciopero: «Già, ma ora non mi sento più solo. L' altra sera a Pesaro sono stato insultato, ma alla fine la gente applaudiva. Noi dobbiamo essere forza di governo, lasciamo cavalcare a Di Pietro e Vendola l' onda della protesta. Noi non siamo surfisti». Fabrizio Caccia

mercoledì 7 settembre 2011

LA STAMPA.IT - 07/09/11 - LO SCIOPERO VISTO DAL GOVERNO

Gli scioperi hanno facce diverse a seconda di chi li guarda. Mentre milioni di italiani sono bloccati nel traffico o si avviano a piedi verso i luoghi di lavoro, contesta l’entusiasmo delle cifre annunciate dalla Cgil. Il 60% di adesione? Macché. Per Sacconi ha protestato «un’Italia molto minoritaria; le adesioni sono bassissime e dire minoritaria è già eccessivo rispetto alla dimensione molto contenuta delle adesioni». Un fallimento totale, dunque, anche se le scuole avevano i portoni sprangati e trovare un’autobus praticamente impossibile nelle grandi città. «Mi auguro che la bassa adesione allo sciopero - conclude - anche in un contesto così enfatizzato, porti a far riflettere la Cgil e il Pd circa la necessità di un clima di maggior condivisione».Il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, ha cifre anche più precise. Cita i dati pervenuti alle ore 17 e annuncia un’adesione del 6,99%. La scuola è un capitolo a parte, precisa il ministero di Brunetta. L`adesione è stata del 3,42% relativo al 56,45% del campione di riferimento. Il ministero ricorda infine che nell`ultimo sciopero generale indetto lo scorso 6 maggio dalla Cgil il dato riferito alla stessa ora presentava un`adesione del 13,28%: «quasi il doppio di quello odierno».La conclusione del ministro Brunetta? Che la crisi dei mercati finanziari, sia frutto del «masochismo italico». E la protesta di ieri ne è un esempio: «Un sindacato che fa lo sciopero proprio oggi, anche se con un’adesione piccola, solo al 3-4%».La Lega se la prende con la sinistra. «Ci chiediamo da che parte sta - afferma Giacomo Stucchi, segretario di presidenza della Camera del partito di Bossi - Che senso ha che il maggior partito di opposizione, in Senato collabori con la maggioranza per il varo della manovra, salvo poi scendere in piazza a fianco della Cgil per lo sciopero generale?»Anna Maria Bernini, ministro per le Politiche Europee accusa la Cgil di non avere alcuno «spirito sindacale» ma soltanto «pregiudizio politico» perché protesta prima che la manovra sia approvata definitivamente. «È paradossale - dice - come la Cgil abbia convocato uno sciopero generale mentre è ancora in corso tra maggioranza e opposizioni il dibattito parlamentare sulla manovra. E mentre governo e parti sociali sono ancora seduti allo stesso tavolo per siglare un patto per la crescita e lo sviluppo nell’interesse del Paese».

lunedì 22 agosto 2011

CORRIERE DELLA SERA.IT - 22/08/11 - "PATRIMONIALE SOLO SUI BENI DI LUSSO"

Proposta di Calderoli. I maroniani evitano l’affondo sulla previdenza CAPRIATA D’ORBA (Alessandria)— Una patrimoniale. Ma soltanto per chi può. È l’idea a cui sta lavorando Roberto Calderoli per uscire dall’impasse tra tagli ai Comuni e taglio alle pensioni. Sabato sera Silvio Berlusconi è tornato alla carica con Umberto Bossi. Per insistere sul fatto che un intervento sui trattamenti di anzianità (pensione più tardi nonostante i 40 anni di contributi) e una più rapida equiparazione tra l’età pensionabile di donne e uomini siano indispensabili. Ma Bossi dice no. Ieri sera, se ne è uscito con una pernacchia all’indirizzo di Angelino Alfano: «È un bravo ragazzo, però...». Poi ha argomentato: «Non taglio le pensioni alla povera gente, gli enti locali se la caveranno e con un po’ di rumore... il governo troverà i soldi per loro». Nel Carroccio non sono soltanto i sostenitori di Roberto Maroni a premere per salvaguardare i piccoli Comuni. Calderoli, per esempio, si dice certo che alla fine «i Comuni non avranno più motivi di malcontento». E dal canto suo sta studiando una patrimoniale «sui generis». Perché «la patrimoniale in senso tradizionale è sbagliata. Va a colpire beni che sono già stati tassati e che di per sé non forniscono reddito. Cosa diversa potrebbe essere un intervento nuovo. Un’imposta su quei beni decisamente al di sopra di un tenore di vita medio ». Le solite barche? «Non soltanto le barche. L’idea è quella di individuare alcuni parametri che tratteggiano un tenore di vita medio, per poi andare all’imposizione su quei beni che decisamente lo superano. L’informatica oggi può aiutarci molto, e l’obiettivo è anche quello di smontare tutti quei giochini che si fanno per eludere il fisco, da certi leasing alle società di comodo». Nulla a che vedere, osserva Calderoli, con l’aumento dell’Iva sui beni di lusso che alcuni, a partire da Roberto Formigoni, sostengono con energia: «Bisognerebbe sapere quello di cui si parla. Il problema è che l’Iva è una tassa europea. E noi non possiamo scegliere fior da fiore i beni a cui applicarla». Quel che ormai sembra assodato è che la Lega farà muro ad ogni tentativo di intervenire sulle pensioni: Bossi intende resistere a ogni pressione. La linea emergerà dalla segreteria politica del Carroccio fissata per oggi, ma sull’argomento—a dispetto degli sforzi di Berlusconi e Angelino Alfano — sarà ben difficile che arrivino novità. Se ci fossero ancora dubbi, di ieri sono due interventi —entrambi provenienti dall’area dei sostenitori di Maroni— fatti apposta per fugarli. Il primo è del deputato bergamasco Giacomo Stucchi che in un’intervista a Radio Popolare ha respinto lo scambio proposto da Alfano (riforma delle pensioni per ridurre i tagli agli enti locali): «Ne sono certo, ho fatto le due stanotte con Bossi a parlare di queste cose». Il secondo è del sindaco di Varese Attilio Fontana, che è anche il presidente dell’Anci lombardo: «Bisogna trovare un’alternativa diversa, Enti locali e pensioni sono gli ultimi due comparti che devono essere toccati». Peraltro, Fontana dice di non capire «l’alternativa enti locali o pensioni. Nel Paese ci sono tantissimi sprechi, tantissime situazioni da modificare per recuperare le somme che si stanno cercando».