giovedì 26 agosto 2010

AGI - 26/08/10 - TESSERA TIFOSO, ULTRA' ATALANTA IRROMPONO A FESTA LEGA

(AGI) - Alzano , 26 ago. - Fumogeni e petardi hanno interrotto ieri sera il dibattito tra i ministri Maroni, Tremonti e Calderoli in corso alla Bérghem Fest. Sono i tifosi dell'Atalanta che hanno fatto irruzione per protestare contro la tessera del tifoso. Mentre Maroni stava parlando dal palco, il discorso e' stato interrotto dal dissenso dei tifosi. Sollecitato dall'intervistatore a commentare l'accaduto, Maroni ha detto: "Questi non sono tifosi, io con i violenti non parlo. Parlo con i tifosi veri". Mentre il ministro dell'Interno Roberto Maroni stava parlando dal palco, in platea si sono sentite nove esplosioni dietro al palco. Le forze dell'ordine si sono subito schierate e alcune automobili sono state date alle fiamme. I tifosi, diverse decine secondo alcuni testimoni, si erano radunati in un bar del Paese per poi dirigersi verso la festa, che ospitava il ministro dell'Interno. I tifosi, che avevano il volto coperto da sciarpe dell'Atalanta, si sono poi allontanati dalla manifestazione, dopo che i vigili del Fuoco hanno spento le fiamme, causate dalle bombe carta e dai fumogeni. La contestazione era nata da una controversia sulla tessera del tifoso, che alcuni supporter atalantini temevano di non poter ricevere essendo stati in passato colpiti dal Daspo. Prima del dibattito sul palco, l'assessore regionale al territorio Daniele Belotti si era offerto di rappresentare le istanze degli ultras al titolare del Viminale. Ma un diverbio tra gli stessi tifosi ha fatto naufragare la 'trattativa' e dunque i 'nerazzurri' si sono scatenati lanciando bombe carta e fumogeni. Giacomo Stucchi, deputato leghista e lui stesso tifoso, ha bollato la contestazione: "non sono tifosi, sono solo violenti".

mercoledì 11 agosto 2010

IL GIORNALE - 11/08/10 - GLI ALLEATI

Roma Bologna, Torino e Trieste, nuove tappe di conquista per la Lega nella prossima tornata amministrativa, ma nel frattempo già si ragiona di politiche, ampiamente auspicate dai vertici leghisti. Non solo per uscire dal «pantano», come lo definisce Bossi, in cui la maggioranza si è ritrovata, ma anche per calcoli più pratici. La Lega ragiona su pronostici che la danno tranquillamente sopra il 10 per cento, tetto storico raggiunto dalla Lega solo nel ’96. Adesso i sondaggi descrivono una forbice che va dall’11% al 13%, anche se qualcuno nel partito accredita addirittura un 15% su scala nazionale, che sarebbe non un record ma un risultato inaudito per un partito radicato al Nord e ancora abbastanza inviso al Sud. Ecco, la novità su cui si sta lavorando tra via Bellerio e le segreterie regionali, tocca proprio questo punto, l’estensione geografica del progetto Lega. Dalle regioni meridionali sono arrivate negli ultimi mesi centinaia di richieste per aprire nuove sezioni, anche in terre inimmaginabili per il Carroccio (Napoli, la Calabria, la Puglia). Il tema più concreto e appetibile però riguarda le «roccaforti rosse», su cui la Lega punta per allargare la sua base a scapito del Pd (mentre al Nord gli affluenti del dio Po si ingrossano a scapito del Pdl...). Negli ultimi due giorni Bossi si trovava in Liguria, tra Alassio e Albenga. Certo, per assistere al tradizionale appuntamento agostano delle selezioni per miss Padania, ma anche per celebrare un avanzamento considerevole della Lega Nord, particolarmente appetitoso in vista di elezioni anticipate, nella «rossa» Liguria, dove dal 2005 al 2010 il Carroccio è passato dal 4,7% al 10%.E una crescita sensibile della Lega nelle regioni a maggioranza ex comunista non si registra solo a Nord, tra Liguria ed Emilia-Romagna, ma anche in Toscana, in Umbria e nelle Marche, e addirittura in Puglia, dove i rispettivi coordinatori hanno organizzato gazebo e iniziative sul territorio per intercettare un movimento d’opinione che, congedandosi dal Pd, si dirige verso il nuovo «operaismo» leghista. Anche per questo motivo la Lega spinge per il voto, che si annuncia un boom mai visto per gli uomini e le donne di Bossi. «Si va a votare subito e sono esclusi governi di larga coalizione o tecnici per prolungare la legislatura» ha ripetuto ieri Bossi, da Alassio. «Non si può andare contro la volontà popolare. In democrazia c’è il governo votato dalla gente. Da Berlusconi in poi i governi sono sempre stati votati dalla gente». Nessuno spazio di trattativa con il centrosinistra e gli altri pezzi di opposizione che invocano esperimenti di «transizione», dunque. L’alleanza con Berlusconi non è in discussione per la Lega. Anzi, l’idea di un Pdl libero da Fini è musica per le orecchie dei parlamentari leghisti. «Se la situazione precipitasse verso il voto non ci stracceremmo certo le vesti - dice Giacomo Stucchi, deputato bergamasco della Lega -. Anche perché così ci libereremmo dei meridionalisti finiani. Nella Lega si sente profumo di grande successo elettorale». Se davvero si votasse, e la realtà delle urne confermasse le più rosee previsioni della Lega, cioè il 15%, a Roma arriverebbero non più 60 deputati del Carroccio, ma 100. Un numero che sommato a quello dei pidiellini, costituirebbe un blocco compatto come probabilmente mai è accaduto nella seconda repubblica. A quel punto le riforme, quelle più a cuore al Pdl (la giustizia, la burocrazia, il sistema fiscale) e quelle più nell’animo leghista (in primis, il federalismo) avrebbero la strada spianata. A ben vedere, la situazione ideale sia per il Pdl che per la Lega.

venerdì 6 agosto 2010

IL GIORNALE.IT - 06/08/10 - BOSSI SUONA LA CARICA PER IL VOTO: "NOI E IL PDL SPAZZIAMO VIA TUTTI"

Roma. La percentuale che racchiude le aspettative della Lega Nord circa l’esito del conflitto nella maggioranza è quella contenuta nel più recente sondaggio interno sulle intenzioni di voto: 15 per cento a livello nazionale per il Carroccio, una vetta mai neppure immaginata. È normale che, sull’onda di questo potenziale trend, il partito di Bossi non abbia nessun timore di un voto in autunno o primavera, ma che anzi sotto sotto ci speri, perché porterebbe - queste sono le previsioni dell’entourage bossiano - ad una nuova maggioranza Pdl-Lega senza più disturbatori e compatta per guidare cinque anni senza intoppi. Dai vertici leghisti si incoraggia quest’ipotesi perché, come ragionava privatamente un ministro leghista, più si tira per le lunghe questa situazione di logoramento, più Fini può erodere consensi al Pdl nel Sud, unico territorio dove il neo-centrismo dell’ex pupillo di Almirante ha qualche speranza di attecchire (oltre che tra qualche deluso del Pd). Perché il vero punto di rottura, secondo la Lega, non è tanto la giustizia o il presunto attaccamento ai valori della Costituzione sbandierato dai finiani, ma il federalismo fiscale, che per il Mezzogiorno significherebbe la perdita di una rendita secolare e che la compagine neo-centrista (i meridionali di Futuro e libertà, i centristi di Casini, i meridionalisti di Lombardo, i moderati post-democristiani rutelliani) ha individuato come possibile tema critico per recuperare voti nel Mezzogiorno terrorizzato dall’idea di una spesa pubblica meritocratica e non più assistenziale (a spese del Nord, come ha spiegato nel suo ultimo saggio Luca Ricolfi, professore molto stimato dal Carroccio).Del resto la Lega è convinta che l’asse con Berlusconi sarebbe vincente sia alla Camera sia al Senato, dove pure la legge elettorale premia le coalizioni. Non solo non ci sarebbero problemi nelle Regioni che eleggono più senatori, come Lombardia, Veneto, Piemonte, ma le eventuali flessioni del Pdl sarebbero compensate da un aumento della Lega (anche nelle regioni rosse o del centro), mentre le ultime Regionali in Lazio, vinte da Berlusconi quando già si era consumato parte della rottura con Fini, dimostrerebbero che anche in quella regione il Pdl può fare benissimo a meno dei finiani. «È molto difficile andare avanti così - ha detto ieri Bossi ai cronisti di Montecitorio -. Si va alle elezioni e con la Lega si vincono anche. Noi ed il Pdl spazziamo via tutti. Fini? Al mare, lasciamolo andare...». Le elucubrazioni circa un governo di transizione, magari guidato da Tremonti, agitano forse le notti dei vertici Pd, ma non quelle del segretario federale della Lega, che chiude la questione seccamente: «Con un governo di transizione ci sarebbe caos nel Paese». «Mai parlato con Bersani», spiega Bossi. In effetti l’idea di un’intesa Lega-Pd al momento è pura fantascienza, perché nel Carroccio ci si fida soltanto di Berlusconi per portare a compimento il federalismo. «È divertente vedere come Tremonti, che fino all’altro ieri era la bestia nera del centrosinistra, tutto ad un tratto sia diventato una specie di fenomeno per Bersani e gli altri - commenta Giacomo Stucchi, deputato della Lega -. Ma noi non siamo nati ieri, non abbocchiamo». Lo stesso pensiero, in forma più colorita, lo esprime il leader leghista: «Tremonti mica è scemo ad accettare. Lui vuole bene a Berlusconi».Insomma, chi spera in un cortocircuito nell’asse Berlusconi-Bossi pare abbia riposto male le proprie aspettative. Il Carroccio ha tra i suoi punti di forza un rapporto molto stretto ed «empatico» col suo elettorato, e dunque sa bene che la minima variazione rispetto agli impegni presi si tradurrebbe in un calo di popolarità tra la propria gente. Un accordo col Pd, un ingresso in qualche papocchio tecnico con Udc, finiani e altri reperti della Prima repubblica, sarebbe incomprensibile per la pancia leghista. A meno, ovvio, che dal Pdl non arrivi un incredibile stop al federalismo, ipotesi quanto mai improbabile.La convinzione che serpeggia tra i leghisti di Montecitorio è semmai un’altra. La truppa di Fini non reggerà a lungo. Le defezioni scatteranno quando si tratterà di mettere in discussione la poltrona. «Essendo gente che ragiona secondo logiche di potere, appena si presenterà un rischio torneranno alla casa madre» prevede un parlamentare del Carroccio che mantiene un dialogo coi finiani.Nessun timore per il futuro, dunque, nella Lega, mentre i decreti sul federalismo fiscale avanzano e portano «punti» alla causa leghista, buoni da spendere in una eventuale campagna elettorale. Non solo, in prospettiva ci si è già mossi estendendo i terminali leghisti anche nel Sud. Dalla segreteria nazionale fanno sapere che le richieste di aprire nuove sedi stanno arrivando da posti impensati: Napoli, la Calabria, la Sardegna, il Molise. Però, prima di accettarle, servirà uno screening molto attento degli aspiranti leghisti meridionali. Perché «noi ci siamo fatti un mazzo così», pare abbia detto Calderoli, e quindi non si regala niente a nessuno, prima di testare serietà e trasparenza.

giovedì 15 luglio 2010

LIBERO - 15/07/10 - BOSSI RIMETTE LA CANOTTA: SI SALVI CHI PUO'

La storia insegna
Come nel'94, il Senatur è tentato dallo spari glia. Allora c'era da punire Berlusconi, oggi le correnti nel Carroccio
Umberto Bossi non finisce di stupire. Pochi giorni fa, in via Bellerio, ha tenuto un "tavolo tecnico" sui costi standard del federalismo in canotta. Due assessori regionali, quelli alla Sanità di Lombardia e Veneto, la fedelissima Francesca Martini, sottosegretario al Welfare, e il Senatur in tenuta da combattimento. Quando l'Umberto si presenta in canotta sono guai. Per gli altri. VuoI dire che il gioco non gli piace più. Che bisogna cambiare disco per non annoiare il pubblico, ma soprattutto per non perdere il comando delle operazioni. Come 15 anni fa, quando ci fu lo storico incontro in Sardegna con Berlusconi. Era l'estate del '94. Qualche mese dopo ci fu il ribaltone: Forza Italia e An in minoranza e Dini a Palazzo Chigi, sostenuto esternamente dal Carroccio. All' epoca Bossi era alla ricerca del pretesto per farla pagare al Cavaliere, colpevole di avergli portato via parecchi voti al Nord. Ora non c'è questo pericolo. C'è tuttavia il rischio che il Carroccio, il suo gioiello più caro, sia contagiato dal correntismo tipico dei partiti romani. C'è un cerchio magico, una specie di correntone con sede in Parlamento, che sta lavorando per scalare posizioni all'interno della Lega. In particolare l'attenzione è puntata su Marco Reguzzoni, presidente della
truppa padana a Montecitorio, che si trova di fatto in minoranza all'interno del suo gruppo. Al momento della nomina parecchi colleghi avrebbero preferito un altro nome. In più il carattere non facile dell' ex presidente della provincia di Varese ha aggravato la situazione. Una bella grana per il Senatur: alla Carnera il presidente è quel Gianfranco Fini che sta lavorando per logorare anche l'asse fra Berlusconi e il leader padano. Ecco perché il "cerchio magico" sembra avere le ore contate. In questi ultimi giorni i rappresentanti di questa corrente, opposta ai ministri Maroni e Calderoli, non si sono mossi. Hanno fermato la loro attività. Forse per paura di fare passi falsi, forse per riorganizzare la strategia. Di certo Bossi non può stare fermo. Deve intervenire per ripristinare l'ordine e la disciplina all'interno dell'ultimo movimento leninista rimasto in Italia. La democrazia interna non esiste. Bossi dà la linea e sceglie gli uomini, solo che i tempi sono cambiati. I "vecchi" colonnelli hanno acquisito un peso fuori dal Carroccio talmente grande che il cenno del "capo" non risolve più tutte le rogne. A Montecitorio dunque è già partito il toto-nomine fra i deputati sul nome del nuovo capogruppo. In realtà non ci sono tanti misteri: la maggioranza dei parlamentari aveva votato per il bergamasco Giacomo Stucchi. Bisogna vedere se il Senatur rispetterà il voto "popolare" per riportare la calma in Aula. La canotta allora, per lanciare un messaggio prima a se stesso che ai suoi. Bossi l'aveva sfoggiata pure l'anno scorso, durante il suo tradizionale buen retiro di Ponte di Legno. Anche allora si parlava dell'ingresso dell'U dc in maggioranza - il sempreverde tormentone estivo -, anche allora il segretario dei padani aveva risposto con un bel «no» a Casini. Dalla montagna aveva lanciato la lunga campagna
elettorale, che l'ha portato a conquistare Veneto e Piemonte, e a incassare i primi decreti sul federalismo fiscale. La battaglia però non è finita. «La canotta è una metafora. La Lega è diventata un partito forte», diceva ricordando l'incontro di 16 anni fa: «La canotta ha anticipato lo sviluppo che la Lega avrebbe avuto». Ora la rimette per non perdere pezzi.
Giuliano Zulin

venerdì 25 giugno 2010

LA REPUBBLICA - 25/06/10 - TRA LA LEGA E L'AMICO ALDO SCENDE IL GELO "HANNO TRUFFATO IL SENATUR"

Partito in tensione: doveva andare in tribunale. Bossi dribbla i cronisti: chiedete a lui. Zaia: "Non ci occupiamo delle vicende giudiziarie di altri"
MILANO - Per bucare l'imbarazzo della Lega in queste ore servirebbe un punteruolo. Ma forse basta registrare la diplomazia sibillina di Bossi ("non so niente, chiedete a Brancher"), il copia e incolla dei colonnelli ("non è una cosa che ci riguarda", Calderoli), e, viceversa, la scioltezza delle seconde file. Di quelli che "possono" parlare. "Certo che viene da pensare male - ragiona Paolo Grimoldi, deputato brianzolo, già responsabile dei giovani padani - . Ma ognuno si sceglie i suoi uomini, il Pdl i suoi e noi i nostri. E come loro non sono legittimati a porre veti sui nostri, anche noi non lo facciamo coi loro". Siccome i "loro" in questo caso sono Aldo Brancher, "l'amico Aldo", il pidiellino-leghista, il pontiere fidato tra Arcore e i teorizzatori della Padania ma anche - come ironizzava ieri un autorevole dirigente del Carroccio dietro la garanzia dell'anonimato - il neo "ministro per il legittimo impedimento", allora il problema si pone eccome. Dice il deputato Giacomo Stucchi: "Se fossi Brancher non invocherei l'impedimento e andrei in tribunale come tutti a istruire il processo. Proprio per non dare adito a cattivi pensieri. Una cosa è avere una facoltà - prevista per legge, d'accordo - e un'altra è esercitarla". Sì, può sembrare paradossale ma l'ultimo scorno della Lega si chiama Brancher. Il tempismo che allaccia l'improvvisa nomina a ministro dell'"amico Aldo" - come lo ha sempre chiamato Bossi - e la scelta dei suoi legali di avanzare il legittimo impedimento nel processo Bpi; l'incidente diplomatico-lessicale col Carroccio - poi risolto (guai a chi tocca il "federalismo", anche solo la parola stessa, vedi il Bossi di Pontida); una serie di congiunture che diventano fonte di disagio per i leghisti. "Quello che è successo in questi giorni potrebbe trasformarsi in una piaga non cicatrizzabile - spiega un importante esponente del movimento - c'è molta fibrillazione e tra noi si sta diffondendo la sensazione che Bossi in questa storia sia stato truffato". Il titolare delle riforme, su Brancher, ha scelto di non infierire. Legittimo impedimento? "Non so niente, chiedete a lui", ha dribblato. Appena cinque giorni sono passati dal monito di Pontida. "C'è un solo ministro per il federalismo, e sono io", ha chiosato stentoreo Bossi sul pratone riprendendosi quel che è suo - titolarità e copyright - e che per niente al mondo potrebbe nemmeno immaginare di mollare ad altri.Ma ora il disagio è palpabile. Lo capisci soprattutto dalle parole lasciate lì a galleggiare, un po' per prudenza e un po' no. "Non ci occupiamo di vicende giudiziarie di altri", taglia corto Luca Zaia. Sono le sei del pomeriggio e il governatore del Veneto dice di non essere nemmeno riuscito a vedere la disfatta dell'Italia, "ho lavorato". Chi gli è vicino racconta che, "da veneto", nonostante fino all'altro ieri fosse ministro e dunque di stanza a Roma, Zaia non appartiene a quel cerchio "verde" in contatto costante con Tremonti e Brancher, e dunque Berlusconi, e che quindi sugli eventi ultimi che hanno riguardato il riposizionato ministro per il decentramento, almeno lui, l'erede di Galan, non è proprio sul pezzo. Diversi il ruolo e la posizione di Calderoli, che con Brancher ha condiviso e condivide molto tempo e più di un'idea. "Mi rifaccio alle parole del capo (Bossi). Se volete parlare di legittimo impedimento parlate con Brancher, perché questa non è una cosa che riguarda noi". Sembra di essere di fronte a un perfetto caso di conflitto affettivo. Al quale non ha giovato lo smarcamento giudiziario di Brancher: siccome deve organizzare il ministero non può e non deve essere processato. Pronta l'ironia di Matteo Salvini, quello della maglietta "Padania is not Italy": "No comment, sono distrutto per la sconfitta degli azzurri e non parlo di notizie minori". Poi aggiunge: "Visto come Bossi ha reagito a Pontida, forse non era così al corrente di tutto... ". Quel "tutto" sta per la discussa investitura di Brancher e, a questo punto, il motivo per cui si sia deciso di farlo ministro, ruolo che prevede certe facoltà in sede giudiziaria. In Lega molti sono pronti a scommettere: quel che Bossi non avrebbe digerito non è solo la nomina di un ministro per il federalismo altro da lui, ma la nomina stessa, in quanto calata dall'alto e all'improvviso, e per di più su un terreno coltivato dal Carroccio. Critiche al legittimo impedimento avanzato da Brancher arrivano anche da Generazione Italia, la creatura politica vicina a Gianfranco Fini. "Come primo atto da ministro - scrive il direttore Gianmario Mariniello - non è un bel vedere".

venerdì 14 maggio 2010

AFFARITALIANI.IT - 14/05/10 - AFFARITALIANI.IT SU TELENOVA

La lista di Anemone apre l'ipotesi di uno scenario dove la corruzione non è più un episodio ma un sistema. E si parla di un secondo elenco ancora nascosto con altri nomi celebri. Quanto di questo mette in crisi la maggioranza? E intanto mentre 4 regioni italiane dovranno aumentare le tasse per i buchi nella sanità emergono i dati sul residuo fiscale che mostra come il nord paghi sempre e comunque le spese anche delle altre regioni. Questo e altro a Linea d'Ombra, condotto da Adriana Santacroce, stasera a partire dalle 21 su Telenova. Ospiti a Milano Vinicio Peluffo (Pd), Gabriele Albertini (PDL), Giacomo Stucchi (Lega Nord), Enrico Marcora (UDC), Antonio Panzeri (PD), Angelo Perrino (Direttore Affaritaliani.it) e a Torino Giuseppe Menardi (Pdl, finiano).

mercoledì 12 maggio 2010

IMPRESA MIA - 12/05/10 - MADE IN ITALY - CONTRAFFAZIONE: URSO, ECCO LE AZIONI A TUTELA

L'industria conciaria in Italia è garanzia di eccellenza qualitativa, impiega circa 20mila addetti e sviluppa annualmente milioni di euro di fatturato ma sta attraversando un periodo di profonda difficoltà a causa del fenomeno sempre più esteso dell'invasione di prodotti contraffatti, provenienti soprattutto dai Paesi asiatici, che, connotati da costi di produzione molto convenienti e realizzati con materiali scadenti o privi dei necessari requisiti di sicurezza, hanno dei prezzi di vendita decisamente più bassi di quelli italiani e spesso sono spacciati per Made in Italy con notevole danno non solo economico perché i prodotti acquisiscono una superiorità qualitativa se tutti i componenti con cui sono confezionati sono di origine italiana e tale requisito, unitamente al rispetto sia delle norme di sicurezza per i lavoratori e per i consumatori, sia dell'ambiente nel processo industriale, è sinonimo di garanzia di qualità. Il problema delle frodi è l'oggetto di un'interrogazione della deputata del PdL, Annagrazia Calabria. Un'altra interrogazione del deputato leghista, Giacomo Stucchi ha messo in luce che l'investimento delle imprese bergamasche in innovazione, attraverso la registrazione di invenzioni, marchi e brevetti ammonta a quasi 200 milioni di euro con un valore di oltre 1,5 miliardi di euro per la Lombardia e di oltre 7,5 miliardi di euro all'intero Paese. Ma si tratta di un patrimonio di investimenti a rischio di imitazioni illecite con un costo per le imprese italiane di quasi 50 miliardi di euro all'anno: in Lombardia in particolare le perdite economiche causate dalla contraffazione sono stimate in quasi 10 miliardi di euro, distribuiti per lo più tra le imprese milanesi (oltre 3 miliardi di euro), bresciane (oltre 1,5 miliardi di euro), bergamasche (quasi 900 milioni di euro) e varesotte (oltre 800 milioni). L'interrogazione di Stucchi ha sottolineato la necessità di adottare "misure più stringenti per la tutela dei prodotti nazionali" anche rendendo obbligatoria e non volontaria la "tracciabilità" dei prodotti. Il viceministro dello Sviluppo economico, Adolfo Urso, ha così risposto alle due interrogazioni. L'azione del Ministero dello Sviluppo economico è improntata alla massima e costante vigilanza del mercato, al fine di monitorare costantemente il fenomeno della contraffazione, che interessa, in modo particolare, il settore conciario e della pelletteria. La legge sviluppo (23 luglio 2009, n. 99), ha introdotto importanti disposizioni volte a rendere più forte ed efficace l'azione di prevenzione e di contrasto alla contraffazione. In particolare, è stato previsto un inasprimento delle sanzioni penali in materia di contraffazione di prodotti industriali e l'introduzione del reato, procedibile a querela di parte, di usurpazione di titolo di proprietà. Inoltre, è stata rivista la sanzione amministrativa per chi acquista beni contraffatti, per renderla più efficace e favorirne l'applicazione generalizzata sul territorio, in un'ottica di contrasto alla domanda di tali prodotti. Sono stati, quindi, attribuiti maggiori poteri alle forze di polizia, per le casistiche di associazione a delinquere finalizzate a reati di contraffazione, e la possibilità di confiscare i beni provenienti dal compimento dei reati di contraffazione. Per quanto riguarda l'invasione di prodotti asiatici, è possibile far ricorso agli strumenti di difesa commerciale previsti dalla normativa comunitaria. Il Ministero dello Sviluppo economico si è in più occasioni attivato, e continuerà ad adoperarsi a livello di Commissione europea, per richiedere l'introduzione di misure antidumping o di salvaguardia, anche in relazione a importazioni dai Paesi asiatici e specificamente dalla Cina. Ciò ha reso possibile l'effettiva applicazione di misure a difesa dei nostri comparti produttivi. Il mezzo più efficace per combattere la pratica sleale della contraffazione, allo stato attuale, è il controllo alle frontiere da parte delle autorità competenti. Tuttavia, il provvedimento che più di tutti potrebbe garantire il consumatore sarebbe sicuramente l'adozione di una indicazione obbligatoria dell'origine (il cosiddetto "Made in"). Infatti, la presenza di tale marchio metterebbe immediatamente l'utente finale a conoscenza della reale provenienza di un determinato prodotto.L'adozione del decreto-legge 25 settembre 2009 n. 135 può rappresentare un importante passo in questa direzione, ma ancora più importante potrebbe essere l'introduzione di un Regolamento comunitario specifico. L'indicazione obbligatoria del marchio di origine per i prodotti importati da Paesi extraeuropei è uno dei temi cui il Ministero dello Sviluppo economico si è particolarmente dedicato negli ultimi anni, sia attraverso una azione di «lobbying» presso la Commissione europea che mediante contatti politici con i Paesi dell'Unione europea contrari. Infatti, l'adozione di un qualsiasi Regolamento da parte del Consiglio dell'Unione richiede una maggioranza di voti favorevoli che finora, nel caso dell'etichettatura obbligatoria, è sempre mancata. Ad ogni modo, le pressioni esercitate dall'Italia hanno indotto la Commissione europea a presentare, qualche settimana fa, alcune ipotesi che modificano la proposta di regolamento già presentata nel 2005. Tali ipotesi (cosiddetta option paper) restringerebbero il campo di applicazione del Regolamento ad alcuni settori e/o alcuni Paesi di origine, nel tentativo di raccogliere una più ampia base di consensi da parte degli Stati membri. Obiettivo del nostro Paese è quindi quello di riuscire a far sì che tale Regolamento possa essere adottato nel più breve tempo possibile. Per quanto riguarda, in particolare, i prodotti tessili, della pelletteria e calzaturieri, tali settori sono inseriti in un disegno di legge, già approvato (il 10 dicembre 2009) dalla Camera dei Deputati ed attualmente all'esame del Senato (A.S. 1930), che prevede l'istituzione di un sistema di etichettatura e di tracciabilità obbligatoria, nonché la definizione delle fasi di lavorazione, per l'apposizione dell'etichetta Made in Italy. Sempre sul problema della contraffazione, si ricorda che già con la legge finanziaria per il 2004 sono stati istituiti, presso le sedi estere dell'Istituto del commercio con l'estero, i desk di assistenza alle imprese, per la tutela della proprietà intellettuale (cosiddetta Intellectual property rights), con l'obiettivo di offrire alle imprese italiane all'estero un insieme di servizi di assistenza e consulenza in materia di proprietà intellettuale. Attualmente tali desk sono 11 e sono operativi presso quei Paesi nei quali più intensa è la diffusione del fenomeno della contraffazione, sia sotto il profilo della produzione di beni contraffatti, che di quello della loro distribuzione (Cina, India, Corea del Sud, Vietnam, Emirati Arabi, Turchia, Russia, USA e Brasile). Il Ministero dello Sviluppo economico si sta, poi, attivando, come più volte in passato, affinché la Commissione europea riesca a far inserire nell'accordo di partenariato e cooperazione attualmente in negoziazione con il Governo cinese specifiche disposizioni che tutelino adeguatamente i diritti di proprietà intellettuale. Operativamente, poi, il Ministero dello Sviluppo economico coordina una serie di tavoli di lavoro, che coinvolgono sia le istituzioni, sia le associazioni imprenditoriali e dei consumatori maggiormente rappresentative, in un'ottica di piena e fattiva collaborazione tra pubblico e privato. Infine è stato, da poco, definito un protocollo di intesa con l'Università degli studi di Roma La Sapienza ed è di prossima sottoscrizione un ulteriore accordo con l'Istituto poligrafico e zecca dello Stato, al fine di verificare l'attuale situazione in tema di tracciabilità e rintracciabilità dell'origine dei prodotti e realizzare un progetto pilota volto a offrire alle imprese un nuovo strumento di tutela della proprietà industriale e di rafforzamento competitivo. Il prossimo avvio del Consiglio nazionale anticontraffazione, istituito con la legge n. 99 del 2009 (cosiddetta legge sviluppo), consentirà peraltro di condurre ad unità l'elaborazione di indirizzi e strategie in materia di lotta alla contraffazione, con una azione tesa a ricercare le necessarie sinergie anche con le politiche e le azioni in materia di sicurezza dei prodotti e tutela del Made in Italy.